Quote by WU, cronologia di una rinascita

Tre date, un coach e un freshman: ecco come è rinata Washington, una delle sorprese della stagione.

15 marzo 2017: dimentica il passato

La nuova storia di Washington University inizia a metà marzo della passata stagione dopo l’ennesima March Madness vista in tv con il licenziamento di Lorenzo Romar, il coach che aveva segnato gli ultimi 15 anni di storia degli Huskies. Una leggenda in purple and gold prima come giocatore dal 1978 al 1980, poi come coach capace di reclutare talenti come Brandon Roy, Isaiah Thomas, Nate Robinson, Terrence Ross e, per ultimo, Markelle Fultz, prima scelta assoluta all’ultimo Draft Nba.

Gran reclutatore certo, non si può dire lo stesso però come allenatore come testimoniato dalla sua ultima stagione sulla panchina di WU, quando non è riuscito a costruire un minimo di gioco attorno al talento di Fultz, con gli Huskies che hanno chiuso con un record di 9-22 (2-16 in Pac12): il peggiore della loro storia.

Cacciare Romar è stata una scelta coraggiosa da parte dell’università perché ha significato dire addio al reclutamento di Michael Porter Jr. e di suo fratello Jontay. Perché? Beh, Michael Porter senior, il padre dei due prospetti cinque stelle, era l’assistente di coach Romar e l’approdo dei suoi due figli a Washington era più che scontato. Dopo il licenziamento di Romar, Porter Sr. è entrato a far parte dello staff di Cuonzo Martin a Missouri e sapete già dove sono finiti i suoi due figli.

Romar è stato da sempre un coach molto amato da ragazzi e ambiente, tant’è che il suo licenziamento ha messo in crisi i giocatori più talentuosi a roster: Noah Dickerson, Matisse Thybulle e David Crisp, tutti e tre sophomore (oggi junior), dopo la decisione dell’università, hanno preso in seria considerazione l’idea del transfer. Per capire quanto sia ancora benvoluto coach Romar, ecco come è stato accolto lo scorso gennaio al suo ritorno (come assistant coach di Arizona) a Seattle.

 

19 marzo 2017: un nuovo inizio

Quattro giorni dopo il licenziamento di Romar, l’università decide di puntare su Mike Hopkins, assistente storico di Jim Boeheim a Syracuse che, dopo 21 anni da braccio destro del guru degli Orange, decide di accettare la sfida di rilanciare il college firmando un contratto di sei anni. La prima sfida che si trova ad affrontare come coach è quella di convincere i veterani del gruppo a non andare via per costruire una solida chimica di squadra come base per poter impiantare la sua difesa a zona 2-3, perno del nuovo gioco degli Huskies.

La prima ‘vittoria’ da coach arriva così quando Hopkins riesce a convincere il play David Crisp a rimanere. Come lo fa? Citando Jeff Ament, il bassista dei Pearl Jam, la sua band preferita: “When you trust people that you work with and let them have their freedom, that’s when the chemistry happens. That’s when the real art goes down”. Convinto Crisp, uomo spogliatoio, le conferme di Dickerson e Thybulle sono pura formalità.

Mike Hopkins e David Crisp (Washington)

Citare i Pearl Jam non è soltanto una trovata per fare colpo sui propri giocatori, Hopkins con la sua personalità stravolge le abitudini degli Huskies dopo quindici anni di guida Romar. La sua filosofia? Bastone e carota, rigore e leggerezza: frasi motivazionali appese sulle pareti di palestra e weight room, un bonus di 5 minuti in più di allenamento per ogni errore commesso durante l’esecuzione degli schemi e l’eliminazione del shoot-around mattutino pre-partita in favore della visione di un film.

Non semplici film, ma film motivazionali usati come una vera e propria arma tattica. A metà gennaio, dopo due sconfitte consecutive contro Stanford e Utah, Hopkins e il suo staff decidono di far vedere ai ragazzi Braveheart prima della partita contro Colorado. Risultato? Dopo le tre ore di visione, Dominic Green esce dalla sala video al grido di “For Scotland”, stesso grido che ripeterà qualche ora dopo nel post-partita quando nove William Wallace scesi sul parquet regalano la vittoria a Washington. Le parole di Hopkins nell’intervista post-gara riassumono tutta la sua filosofia: “You want your players to play for something bigger than themselves”.

4 febbraio 2018: la rinascita

Non “For Scotland” ma “For Seattle”, è questo il grido che accompagna la tripla dello stesso Green che dà la vittoria allo scadere contro Arizona in un Hec Edmundson Pavilion diventato all’improvviso una delle arene più calde di tutto il college basketball. Seattle è una delle città più legate al basket negli States, alla quale l’Nba ha tolto i Supersonics nel 2008 e che è tornata ad innamorarsi di questo sport proprio grazie alle imprese di questi Huskies, definiti dai media locali “la più grande sorpresa nella storia della città da dieci anni a questa parte”.

 

La rinascita del programma è sancita da una settimana “for the ages”, dove gli Huskies hanno sconfitto consecutivamente, per la prima volta nella loro storia, due squadre del ranking: prima Arizona State, poi Arizona assicurandosi un probabile pass per il Torneo Ncaa se si considera anche il clamoroso upset di inizio dicembre alla Allen Field House contro Kansas (allora numero 2 del ranking). La sorprendente stagione di WU ha nella difesa a zona 2-3 di coach Hopkins il suo segreto, un sistema difensivo che perde di efficacia e non dà risultati se viene costruito su un roster privo di una forte chimica di squadra. Washington nel giro di un anno è passata dalla 224/a alla 68/a posizione per efficienza difensiva di tutta la Ncaa, prima in Pac12 se si contano le partite di conference.

Perno della difesa è Matisse Thybulle, guardia fatta su misura per il sistema 2-3 che agisce insieme a Crisp nella linea davanti, e le cui prestazioni lo hanno portato tra i nomi in ottica Draft Nba. Passato inosservato nei suoi primi due anni da role-player, quest’anno il suo nome sta girando sui taccuini dei vari scout e GM a suon di prestazioni monstre in difesa. Una guardia di 198cm con un’apertura alare di 213cm e tiro da tre è l’oggetto dei desideri di mezza Nba, sempre più alla ricerca di 3&D. “The wandering albatros” è il suo nickname, facile immaginare il perché: un wingspan degno di un lungo e la ferocia con la quale si avventa su ogni pallone lo rendono il miglior difensore della Pac12 e uno dei migliori di tutto il college basket.

 

Contro Arizona State ha stabilito il record di palle rubate in una singola stagione nella storia dell’università, detenuto con 67 da Bryant Boston: al momento siamo a 75 (and counting), 3.1 di media, secondo in tutta l’Ncaa. Non solo palle rubate ma anche stoppate: è una guardia, ma con 1.5 di media è il miglior stoppatore a roster, addirittura 15/o in tutta la Pac12 per block%. Le percentuali da tre sono scese dal 40.5% della scorsa stagione al 33.3% attuale ma braccia interminabili e meccanica pura non preoccupano scout e GM e non a caso Espn lo ha inserito tra i 100 prospetti Nba-ready.  Ma non è l’unico in casa Huskies.

Jaylen Nowell: il figlio di Seattle

193cm x 91kg, primo per percentuale di possessi e di tiri presi in tutta la Pac12, un fisico e movenze in campo da veterano come amano ripetere i vari telecronisti che commentano le partite di Washington, gioca come un senior ma è solo un freshman: Jaylen Nowell è il migliore giocatore di questi Huskies.

Jaylen Nowell (Washington)

Figlio di Seattle, suo padre Mike conosciuto in città come “Big Mike”, è stato una vera istituzione a livello di high school e circuiti AAU arrivando a ricoprire il ruolo di assistant coach alla University of Seattle durante la stagione 2014-2015. Se chiedete ai vari Jamal Crawford, Brandon Roy, Aaron Brooks, Peyton Siva o Tony Wroten (tutti prodotti di The Emeral City) di indicarvi chi è stato il loro mentore, vi diranno un unico nome: Mike Nowell. Big Mike è stato esempio e modello per Jaylen: gli idoli di papà erano i vari Bird, Magic e Jordan? Lo erano anche per suo figlio. Mentre i suoi coetanei si ispiravano ai vari James, Bryant e Durant, lui tentava di imitare e modellare il suo stile di gioco su quello delle stelle degli anni ’80-’90. E, non a caso, la signature move di Jaylen è proprio il tiro dalla media, con movenze sul parquet che ricordano una pallacanestro old-school.

 

Uno stile di gioco inconfondibile e un talento innegabile che a 15 anni, grazie alle sue prestazioni con Garfield High School (un’istituzione a Seattle), lo hanno portato a essere convocato dagli USA per la Fiba Americas under16 e ad essere selezionato nel First Team Selection di MaxPreps nel Sophomore All-America team. Due riconoscimenti culminati nella vittoria del titolo statale con il suo liceo, il punto più alto della sua giovane carriera seguito, due mesi dopo, dall’avvenimento che ha segnato la sua vita: la scomparsa del padre.

Da quel giorno, Jaylen ha avuto un unico mantra, frutto del più grande insegnamento di Big Mike: “trying to improve every day” con l’unico obiettivo di diventare un professionista. #67 della classe del 2017 e 4 star recruit secondo Espn, quando coach Romar gli ha offerto la borsa di studio per giocare con Washington non ci ha pensato due volte, colpito dalle doti di reclutatore di Romar e orgoglioso di poter rappresentare la sua città e il suo stato. Il licenziamento del coach e la conseguente diaspora di tutti i recruit (tra i quali Daejon Davis, ora a Stanford, suo intimo amico e compagno alla Garfield HS) lo avevano fatto tornare sulla propria decisione, prima che un solo colloquio con Hopkins (ennesima ‘vittoria’ del coach) dissipasse ogni suo dubbio. Come ha accolto coach Hopkins la decisione del ragazzo? Con questo tweet, usando parole importanti.

 

Dieci mesi dopo quel “one of the biggest moments in Husky history”, sembra tutto fuorchè un’esagerazione. Nowell è senza dubbio il giocatore più talentuoso a roster, il go to guy al quale si affida Washington quando bisogna vincere. Che il ragazzo avesse qualcosa di speciale lo si era capito sin dal debutto stagionale contro Belmont: 32 punti, 25 nel secondo tempo e le giocate decisive negli ultimi due minuti per rimontare dal -9 e vincere la partita.

 

A 16.5 punti di media è il top scorer dei suoi e secondo freshman in tutta la Pac12 per punti segnati dietro un certo DeAndre Ayton e c’è già chi, al piano di sopra, gli strizza l’occhio, intrigato dalla combinazione di fisico e talento. Vanno migliorate ancora nelle scelte di tiro (35% da tre) e comprensione del gioco, visto che da buona matricola ogni tanto tende a strafare lasciandosi trasportare dall’istinto.

L’Nba, per ora, può aspettare, prima c’è da portare al termine la missione che gli ha affidato coach Hopkins: essere l’anima di una squadra, di un programma e di una città che vuole tornare a essere protagonista nel college basket che conta con un unico obiettivo, tornare al Torneo Ncaa. Solo allora la rinascita di Washington sarà completa.