Quote by Andrea Comini racconta Northern Iowa

Dopo la fine della sua esperienza quadriennale a Northern Iowa, il preparatore atletico Andrea Comini è tornato in Italia e ha potuto riabbracciare i suoi ragazzi e lo staff dei Panthers, ospiti del College Basketball Tour in questo primo scorcio di agosto. Ecco cosa ci ha raccontato in una pausa del suo Pro Camp sul Lago di Garda.

 

Bentornato Andrea, iniziamo con un bilancio della scorsa stagione di Northern Iowa.

Sicuramente ci ha lasciato l’amaro in bocca. Abbiamo perso la partita della finale della MVC conference contro Bradley dopo essere stati sul +18 e dopo aver battuto le numero 3 e 2 del torneo. Prima ancora, avevamo perso la regular season per un canestro, dopo essere stati a un passo dalla vetta e con una classifica davvero corta.

Qual è stata la partita più bella dello scorso anno?

Direi tutto il torneo di Saint Louis ma quella sconfitta contro Bradley, pur rimanendo tale, ha davvero qualcosa di unico. Quando eravamo finiti a -5, durante il time out, Wyatt Lohaus – che ha iniziato con me 5 anni fa ed era un timidone che non parlava mai – mi ha guardato e mi ha detto: “ce la possiamo fare”. Ecco quel momento è stato il più bello. Se non avessimo costruito un gruppo che credesse davvero nei propri mezzi, quella partita avrebbe spezzato qualsiasi giocatore. Invece, non solo abbiamo avuto il canestro della vittoria, ma il giorno dopo molti dei ragazzi erano nuovamente in palestra ad allenarsi. I veri giocatori l’amaro in bocca se lo vogliono tenere per poter lavorare e migliorare. Con un gruppo così davvero ogni momento è stato fantastico.

Andrea Comini

Che tipo di squadra ci dobbiamo aspettare, visto che ci saranno ben sette freshmen?

Quando recluti questi giocatori molto giovani, naturalmente lo fai con una visione e questa te la porti avanti per tutto il tempo che saranno nella tua squadra. L’obiettivo di un allenatore e del suo staff è quello di convincere un giocatore a fare cose che neppure lui sa di poter fare. Ti posso dire però che quelli che sono rimasti avranno l’amaro in bocca per i risultati della scorsa stagione e faranno di tutto per portare a casa la vittoria.

Secondo te, i tour estivi come possono aiutare le squadre?

Dipende tutto dall’organizzazione: se è solida, allora anche lo staff e i giocatori potranno lavorare bene e così sfruttare al massimo l’occasione. Quando siamo andati alle Bahamas per il torneo del Thanksgiving, i nostri ragazzi non hanno mai visto la spiaggia dato che erano lì per fare un torneo. Questo tour italiano è stato un po’ un regalo per me da parte di coach Jacobson che non è molto incline a queste cose. Quindi vale anche doppio.

Andrea Comini con Alessandro Lever, incrociato insieme alla sua GCU lo scorso 20 dicembre

Passando alla NCAA, qual è la squadra che ti ha sorpreso di più e perché?

Parlando del basket universitario c’è da dire che appena finito il campionato, ogni squadra si mette al lavoro per poter vincere arrivare alla Final 4 o vincere il campionato. È difficile da capire che nella NCAA tutte le squadre potenzialmente possono arrivare alle Final 4: anche Northern Iowa ce la può fare pur non essendo una top five come c’è riuscita Wichita State nel 2013. Dipende da quanto i ragazzi credono nei loro mezzi e quanto lo staff riesce a creare in loro questa convinzione. Più che i nomi delle università mi affascinano questi ragazzi che davanti ad un pubblico di 30 mila persone riescono a credere in ciò che fanno. Quindi potrei dire che la squadra che mi ha sorpreso di più sia proprio Northern Iowa proprio per questa consapevolezza.

Parlando di giocatori, quindi, chi ti ha colpito di più?

Ti potrei citare i grandi nomi, ma voglio parlarti di un mio giocatore che per me è, e deve essere, l’emblema della NCAA: Miles Wentzien. Inizialmente non era nel quintetto, anzi, era nello scouting team, quel gruppo di cinque giocatori che impara gli schemi avversari per poi permettere alla prima squadra di allenarsi. Era uno di quei giocatori che riprendevo spesso, che non ascoltava. Poi ha iniziato a capire che se avesse iniziato ad impegnarsi e ad investire le proprie risorse in quello che amava fare, sarebbe riuscito ad entrare in squadra. E così è stato. Anche se poi si è infortunato e non ha giocato le partite finali, lui ti direbbe che “ne è valsa la pena”. È partito dal niente ad essere titolare e l’esempio da seguire per i compagni.

Miles Wentzien

Nella prossima stagione ci saranno varie novità: la linea dei tre punti più lontana e i 20 secondi dopo il rimbalzo offensivo. Saranno utili?

Penso che il college basket abbia davvero bisogno di rinnovarsi e di diventare più veloce. La linea da 3 era davvero troppo vicina: pensa che ci riuscivo anche io a mettere le triple e anche con una buona percentuale e visto che io sono proprio scarso a basket (ride), capisci come allontanare l’arco sia un cambiamento positivo per innalzare la qualità del gioco. Poi i venti secondi aiuteranno a velocizzare il gioco e quindi a renderlo più spettacolare. C’è però da considerare anche il fatto a livello di high school molti di questi ragazzi praticano altri sport rispetto al basket e quindi non sarà sempre facile adattarsi subito a questi ritmi così veloci.

Ora che la tua esperienza a Northern Iowa è finita, quali sono i progetti per il futuro?

In realtà non lo so ancora. La NCAA è una figata pazzesca, soprattutto viverla come ho fatto io. Allenare in una squadra di college non vuol dire solamente stare in palestra con i ragazzi, ma prenderci un caffè, insegnar loro a cucinare una carbonara e a aiutarli quando hanno bisogno. Per me è stato una bellissima esperienza ma adesso tutta la mia attenzione è rivolta ai ragazzi del mio camp, il Pro Camp. Sono ragazzi che vengono dalla Bundesliga tedesca e da varie categorie del campionato italiano e vengono qui perché vogliono passare del tempo con me ed imparare da me. Per questo voglio dedicarmi interamente a loro e pensare solo a come poterli aiutare.

Visto che è stata così importante come esperienza, chiudiamo con l’insegnamento più grande che la NCAA ti ha lasciato.

Ho imparato tanto e ho dato tanto. Ho imparato a mettere da parte i pregiudizi, non ho imparato molto bene l’inglese (ride) ma l’insegnamento più grande che questa esperienza mi ha lasciato è che non importa dove tu sia: se hai un sogno, lo puoi realizzare e portare avanti. Io sono rimasto me stesso, ma ho continuato a lavorare per realizzare il mio sogno e ce l’ho fatta. Pensandoci bene, questa esperienza negli USA mi ha insegnato anche che tante persone mi vogliono bene. Anche se a tanti chilometri di distanza, sperduto nel Midwest americano, ero solo… ma non lo sono mai stato davvero: c’era Barbara con Brioche (il nostro cane), i miei genitori, mia cugina, i miei zii, gli amici del campetto. Ho imparato che sono una persona fortunata perché ho tante persone che mi vogliono bene. Ecco per dirla come Jovanotti, l’insegnamento più grande che ho avuto è che sono un ragazzo fortunato.