Quote by Bol Bol e l’altezza delle aspettative

“I’m tall but I’m not my dad, I just try to be myself”

Si, Bol Bol è il figlio del leggendario Manute ma, con il padre, in comune ha solo il fisico: alto, altissimo (221cm), con due braccia infinite e una massa muscolare praticamente inesistente. In poche parole un lungaccione solo fibra al quale non dareste due lire.

Mettere su massa? Bol Bol ci ha provato ma a detta sua, e di chi gli sta intorno, proprio non ci riesce. Risultati pari allo zero.

È un problema? Certo che no! Non si sente un lungo d’area old school tutto fisico e presenza, il suo stile di gioco non è mai stato “classico”. Chiedete direttamente all’interessato e vi risponderà che suo padre “was a true big man, a guy who played in the paint and blocked shots”, mentre “I like to work from the perimeter. I like to put the ball on the floor. I get a lot of satisfaction from passing to someone who’s more open than me”.

Uno stile di gioco unico, adatto a un personaggio unico nel mondo del college basket che non poteva non avere una storia unica alle spalle.

Per 150 mucche

2.9 punti di media in 10 anni di carriera non giustificano a prima vista il clamore e il rispetto che Manute Bol ha da sempre riscosso dall’intero mondo Nba. Su un parquet i vari coach gli chiedevano di fare solo una cosa dall’alto dei suoi 231cm: difendere il ferro. E così il buon Manute ha chiuso la sua carriera con più stoppate (2,086) che punti (1,599).

Il rispetto e la fama, però, Bol l’ha conquistata fuori dal campo di gioco con il suo impegno per la pace nella propria terra, il Sudan, stato africano che vive in continua lotta civile sin dagli anni ’50. Sia durante la sua carriera, sia una volta appese le scarpe al chiodo, Manute ha avuto un solo obiettivo: finanziare il movimento di liberazione del Sudan (si stima che abbia contribuito con 3.5 milioni di dollari) partecipando attivamente al processo di pace e percorrendo personalmente in lungo e in largo la sua terra.

 

È proprio durante uno di questi viaggi che Bol (già divorziato dal suo primo matrimonio) conosce Ajok, figlia diciasettenne di un capo tribù di un piccolo villaggio. È amore a prima vista ma non basta il sentimento, bisogna rispettare le tradizioni: così Manute dona 150 mucche alla famiglia della sua futura sposa per chiederne la mano.

Da quella unione nasce il 16 novembre del 1999 Bol Manute Bol, chiamato così per onorare la memoria del bisnonno, a detta di Manute alto più di 239cm e sposato con 58 mogli. I primi anni dell’infanzia di Bol Bol sono segnati dai continui spostamenti della famiglia per seguire l’impegno di Manute al quale, nel 2001 a guerra finita, viene proposto l’incarico di Ministro dello Sport.

Sembra il finale felice che premia gli sforzi di un’intera carriera, ma non è così. Il governo pone un’unica condizione per diventare ministro: convertirsi all’Islam. Bol, profondo credente cattolico, rifiuta e viene così accusato di essere una spia al servizio degli USA. Solo grazie all’impegno del governo americano, ed in particolare del senatore Joseph Lieberman, riesce a fuggire insieme a Ajok e il piccolo Bol Bol al Cairo, in Egitto, e, dopo sei lunghi mesi di trattative, tornare negli Stati Uniti come rifugiato politico nel 2002.

Nel nome di Manute

Quindici anni dopo, in un sabato di fine aprile alla Jonathan Byrd Fieldhouse di Westfield, Indiana, durante la due giorni nella quale il circuito Nike EYBL apre le porte ai vari coach del college basket e davanti ai vari John Calipari e Jay Wright compare lì, alto e smilzo, un diciasettenne che di Manute Bol (morto nel frattempo nel 2010 a causa della sindrome di Stevens-Johnsons) conserva solo il fisico, il volto e un tatuaggio sull’avambraccio destro con il nome del padre: è il giovane Bol Bol.

 

Arrivato sin lì dopo tre anni in giro per le varie high school d’America: dalle Blue Valley Northwest alla Bishop Miege del Kansas, fino alla Mater Dei in California. Un girovagare con un unico obiettivo: migliorarsi per dimostrare di non essere solo “the son of Manute” o “a prospect more than a player”, le due etichette che si porta da sempre addosso.

Pronti, via: la prima partita è contro la squadra di Cam Reddish, #3 della Espn100 class del 2018. Risultato? Vittoria di +20 con il tabellino finale che recita: 33 punti, 12/15 dal campo e 4/6 da tre. Solo un fuoco di paglia? Niente affatto: nella seconda partita contro la squadra di Marvin Bagley arrivano altri 26 punti, nonostante la sconfitta. A giugno arriva il titolo di MVP della regular season del circuito della nota marca sportiva grazie a 24.1 punti, 10 rimbalzi e 4.5 stoppate di media, il tutto tirando con il 48.9% da tre.

 

Le sue prestazioni e i suoi numeri finali danno un’idea dell’enorme potenziale del ragazzo: non solo un lungo atipico, perfetto per la pallacanestro del nuovo millennio, ma anche un rim protector capace di difendere il proprio ferro. Come sintetizza lo stesso Bol Bol, “I want to be able to go inside and outside”. Coach Calipari chiosa: “He is ridiculous” aggiungendo la sua Kentucky alla lista delle pretendenti che gli offrono una borsa di studio (Arizona, Kansas, UCLA, Oregon e USC le altre squadre di rilievo) e selezionandolo tra i venti finalisti che si giocano, a Denver, i 12 posti a roster per la FIBA World Cup U19. L’altitudine del Colorado e un Austin Wiley con alle spalle già un anno di Ncaa, a Auburn, sono il motivo del taglio finale: una motivazione in più per affrontare al massimo l’ultimo anno di high school.

Oregon o Kentucky?

Testardo. Questa è la parola che amici e familiari usano per descrivere il ragazzo e la sua determinazione. Bol Bol ha voluto fare sempre di testa sua con un unico obiettivo: dimostrare a tutti il suo talento per essere sempre all’altezza delle aspettative. Così, dopo la delusione del taglio dal Team USA, decide di affrontare l’ultimo anno di liceo alla Findlay Prep High School, Nevada, un ulteriore step e upgrade nella sua formazione cestistica, mentre informa l’intero mondo del college di aver ristretto la sua scelta a due soli programmi: Oregon e Kentucky.

Da una parte i Wildcats, la squadra per la quale ha sempre tifato sin da bambino quando viveva nel Kansas (tifare UK nel Sunflower State è un vero e proprio affronto, ma vi abbiamo già detto che il ragazzo ha sempre voluto fare di testa sua). Dall’altra i Ducks, il programma che l’ha cercato con più insistenza, in particolare con coach Tony Stubblefield, assistente di Dana Altman, che sin dal primo momento ha fatto capire al ragazzo che il gioco di Oregon sarebbe stato costruito su misura per lui e le sue caratteristiche, con un minutaggio illimitato.

Il 21 novembre 2017, tramite una lettera su The Players Tribune (non la solita diretta Tv su ESPN dei talenti della generazione dei millennials) arriva la scelta: Oregon. Il fattore determinante per la decisione? Le scarpe. Sì perché, extra-campo, il ragazzo ha tre passioni principali: giocare a Call Of Duty, postare su Instagram e, soprattutto, collezionare scarpe da basket.

A quanto dichiarato dallo stesso Bol Bol, durante la sua visita a Eugene è stato portato in una stanza, meglio conosciuta come Phil Knight Room, dove sono conservati tutti i modelli che la Nike ha prodotto per l’università e dove si progettano i modelli futuri. La stanza, definita dal figlio di Manute “like a heaven”, è stato il vero asso nella manica che ha permesso a Oregon di portare a casa il più alto recruit della sua storia (#4 della ESPN100, il primo tra i centri).

Da lì in poi un cammino in discesa con la chiamata al McDonald’s All-American (non giocato per infortunio) e un Nike Hoop Summit da protagonista con una prestazione da 20 punti, 9 rimbalzi, 6 assist e 5 rubate.

 

Il prossimo passo? Dimostrare con Oregon di valere la prima chiamata assoluta al prossimo draft Nba e, una volta arrivato tra i pro, dimostrare di essere all’altezza non solo della fama di suo padre, ma del suo proprio talento: per non essere più riconosciuto soltanto come il figlio di Manute ma “just myself”, semplicemente Bol Bol.

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