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Il lungo addio di Coach K

Mike Krzyzewski Coach K Duke ritiro
Autore: Riccardo De Angelis
Data: 4 Giu, 2021

Prima Lon Kruger, poi Roy Williams e ora Mike Krzyzewski. Questa offseason di addii illustri nel college basketball è davvero andata in crescendo. Coach K ha annunciato che non sarà più sulla panchina dei Blue Devils al termine della stagione a venire e, dal 2022-23, la rivalry delle rivalry fra Duke e North Carolina sarà animata da due personalità con le quali gli appassionati NCAA devono ancora familiarizzare – perlomeno in quelle vesti – ossia Jon Scheyer e Hubert Davis. La proverbiale fine di un’era.

Un addio annunciato

L’età che avanza (74 anni compiuti a febbraio), una stagione maledetta (quella appena archiviata con record 13-11 è stata la prima dal 1995-96 sotto quota 20 vittorie) e un panorama sportivo in rapida evoluzione verso destinazioni ancora ignote, fra un transfer portal impazzito, l’assenza di posizioni nette della NCAA sui NIL e alternative pro che avanzano. Non c’è stato bisogno di rumor enormi perché si potesse avvertire il sentore che l’ultimo capitolo di Coach K fosse vicino: è bastato stare attenti – tant’è che ne avevamo parlato nel nostro podcast prima che uscisse la notizia.

Krzyzewski ha messo la parola fine alla sua lunga carriera con netto anticipo, facilitando il lavoro di reclutamento del suo successore e regalandosi un farewell tour lungo un anno. Un lusso da stella che ci si può tranquillamente permettere dopo oltre quattro decenni di successi così importanti che, al cui confronto, tanti altri curriculum d’élite impallidiscono.

Coach K 1000 wins

Coach K nel 2015 mentre festeggia coi suoi le 1000 vittorie in carriera

Questo perché, alla fine dei conti, quando c’è da discorrere su chi sia il più grande coach di college basketball maschile d’ogni tempo, la disputa si restringe a due nomi soltanto: il suo e quello di John Wooden. Cinque titoli e il record di vittorie in carriera da una parte (1170 and counting, di cui 1097 a Duke), dieci titoli dall’altra per il dominio più prepotente mai visto, quello di UCLA a cavallo fra anni ’60 e ’70. Altri tempi, quelli lì, con un sistema e con una concorrenza diversa: considerando il contesto, non è sbagliato dire che i cinque di Coach K pesino quanto i dieci del Mago di Westwood. Probabilmente anche di più.

I titoli e i record, qui appena accennati, già basterebbero. L’impatto di Krzyzewski nello sport vanno però anche oltre. Ha trasformato Duke da programma appena discreto a blue blood invidiata, facendone il brand proveniente dalla NCAA più largamente riconoscibile dentro e fuori dai confini nazionali. Ha accumulato successi perché, contrariamente ad altri colleghi illustri, non si è mai appiattito su un solo sistema di gioco o un solo modo di reclutare. Successi che, tra l’altro, non sono rimasti confinati all’ambito universitario (tre medaglie d’oro olimpiche, non dimentichiamocelo).

È l’uomo divenuto iconico con la sua particolare aura di santone, con certe espressioni facciali marmoree e terrificanti, con bacchettate tirate a giocatori, arbitri e giornalisti tenendo la rabbia stretta tra i denti. L’uomo che nel corso degli anni ha creato fra i suoi giocatori un senso di appartenenza al clan che trova pochi paragoni. L’uomo che perdeva davvero di rado e che detestava in modo palese la sconfitta, dalle strette di mano di durata estremamente variabile in base all’esito finale della gara. L’uomo che per quarant’anni si è potuto solo amare od odiare.

Coach K Duke

Un’eredità pesante

Il college basketball è (ancora) un mondo che ruota attorno gli allenatori. Ne abbiamo ancora di carismatici, vincenti e con diversi anni di carriera davanti – Jay Wright, Tony Bennett, Mark Few per citarne alcuni. Uno come Coach K, però, difficilmente lo rivedremo. E questo è un gran bel problema per chi gli deve succedere, ovvero il già citato Jon Scheyer, perché qualsiasi risultato inferiore all’eccellenza, alle stagioni da 25 o 30 vittorie, verrà visto come un fiasco.

Inevitabilmente ce lo chiediamo tutti: Duke continuerà a essere Duke anche senza Krzyzewski? Programmi come Kentucky, Kansas e North Carolina sono riusciti a mantenere il proprio status nobiliare nel corso di tanti anni – non senza qualche balbettio, chiedete ai Tar Heels. Altri sono stati decisamente meno fortunati. UCLA ha avuto i suoi momenti importanti negli ultimi quattro decenni (e ora si gode l’inizio dell’era Cronin), ma nulla di lontanamente paragonabile al prestigio dei tempi di Wooden, tant’è che da anni il suo status di blue blood è spesso e volentieri accompagnato da un paio di virgolette. Indiana, è messa anche peggio. Dalla cacciata con infamia di Bobby Knight – il maestro fumantino di Coach K – gli Hoosiers sono finiti in una spirale di mediocrità che dura ormai da vent’anni (l’ultima Final Four raggiunta risale al 2002).

Si è sempre saputo che Duke avrebbe finito per percorrere la via interna alla successione. Il problema però stava e sta nell’enorme punto interrogativo posto sopra il coaching tree di Krzyzewski, fatto di reclutatori di alto profilo ma che devono ancora dimostrare tutto da head coach (Jeff Capel), allenatori rispettati ma che hanno solo sporadicamente goduto di successi (Tommy Amaker, Johnny Dawkins) o ex giocatori che hanno intrapreso una strada indipendente, lontano dall’ala protettrice di Coach K (Bobby Hurley, la cui già debolissima candidatura è stata definitivamente affossata dal flop dell’ultima annata, quella in cui doveva fare il botto col roster migliore mai avuto fra le mani).

Coach K Jon Scheyer

Coach K e Jon Scheyer

Ed ecco che arriviamo all’attuale associate head coach dei Blue Devils. Scheyer ha soltanto 33 anni – la stessa età che aveva K quando prese le redini di Duke – e nessuna esperienza da capoallenatore. Proprio come Capel, anche lui è riconosciuto per il suo ruolo cruciale nel portare giocatori di spessore a Durham (fra gli ultimi in ordine di tempo, Paolo Banchero), ma ha ovviamente tutto da dimostrare. Quest’anno di transizione sarà cruciale per gettare nuove basi e sarà interessante vedere in futuro se Scheyer opterà per una soluzione à la Juwan Howard, cioè trovare una vecchia volpe tipo Phil Martelli che lo affianchi nei primi anni nel nuovo ruolo.

In un modo o nell’altro, l’ombra di K sarà proiettata su di lui. I tifosi di Duke possono solo sperare che sia benevola.

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