Quote by Roy Williams, UNC e il nuovo che avanza

Quando un grande si ritira, è difficile evitare espressioni iperboliche. Concedetecene almeno una: con Roy Williams che dice addio a North Carolina, finisce un’era. Non quella dei Tar Heels come superpotenza, sia chiaro, perché Ol’ Roy se ne va dopo 18 anni spesi a consolidare quelle basi che erano state gettate da Dean Smith, che avevano fatto dell’università di Chapel Hill una Blue Blood. È però la fine di un certo modo di fare l’allenatore di college, di reclutare e di assemblare roster, di comunicare coi giocatori e con la stampa da quelle parti. Ed è forse anche la fine di uno stile di gioco che ha contraddistinto UNC per decenni.

Forse troppo vecchio per capire

Vederlo andare via con un po’ di malinconia e parole piene di umiltà ci ha portato alle mente le parole di Bisanzio. E Roy Williams di sicuro non saprà chi è Guccini, ma potrebbe ritrovarsi oggi in quella canzone. Un uomo di una certa età, magari non altrettanto colto ma di certo saggio. Un uomo scombussolato dai mutamenti in atto intorno a lui, ma con una differenza sostanziale rispetto a Filemazio: i segni del cambiamento nel college basketball – quelli che stanno rivoltando come un calzino il mondo di Ol’ Roy – sono belli netti e visibili. Altro che il debole presagio che non dice come e quando.

roy williams press

Roy Williams nella conferenza stampa di addio

Il ritiro di Williams è una questione di anzianità. Chiariamoci: la salute lo assiste benissimo. E’ l’anzianità del suo mondo ad averlo spinto a compiere questa scelta: “Sento di non essere più l’uomo giusto per questo incarico”, ha detto al momento dell’annuncio. Due stagioni difficili, le ultime, in cui per sua stessa ammissione non è riuscito a dare la direzione voluta alla squadra, a trovare la maniera giusta per motivare i suoi.

Come riportato da più parti, Roy Williams inoltre non aveva più molta voglia di navigare in uno scenario che si sta trasformando in maniera rapida e troppo radicale per uno della sua generazione. La one-time transfer rule, fresca d’ufficializzazione, ha fatto esplodere il portal e reso il reclutamento ancora più caotico e imprevedibile di quanto non fosse già prima. Ritmi difficili da sostenere in un lavoro, quello del coach di college, già di suo complicato e molto più articolato rispetto a quello degli omologhi del professionismo. Meglio darci un taglio, lasciare che il nuovo avanzi.

Personaggio unico

Quel che Roy doveva fare, lo ha fatto. E pure con gli interessi. Ha preso per mano un programma nobile ma diventato un po’ traballante sotto la tenuta di Matt Doherty e l’ha riportato ai fasti del maestro Dean Smith. Tre titoli Ncaa e nove partecipazioni alle Final Four coi Tar Heels, 485 partite vinte a North Carolina e 903 in 33 anni di carriera. Traguardi da sogno e numeri da top assoluto per un coach amatissimo dai propri giocatori e che ha un posto tutto suo nella Hall of Fame già da 14 anni. Il tutto sentendosi sempre all’altezza della situazione ma senza darsi arie da migliore fra i migliori.

Una storia di successi, la sua, ma non propriamente una cavalcata trionfale. Lui, molto più di altri venerati colleghi, ha dovuto affrontare una folta schiera di scettici, gelosi e detrattori di vario tipo. Gente che non gli ha mai perdonato il fatto di non aver detto di sì alla propria alma mater già nel 1997 o di non aver mai rinnegato pubblicamente il proprio amore per Kansas, l’altro lungo capitolo della sua carriera.

C’è anche chi non gli ha mai perdonato i suoi modi schietti. E onestamente questa è la cosa che ci mancherà più di tutte. Il mondo degli allenatori di college, in quanto a comunicazione, è fatto tutto di sorrisi finti e frasi fatte. Culture, culture, culture fino allo svenimento. Roy Williams è invece uno che se n’è sempre infischiato degli incravattati che lo guardavano di traverso, esprimendosi in maniera fedele alle proprie origini, ovvero da uomo di paesaggi rurali che non tradisce le proprie passioni e che non usa giri di parole. E che almeno prova a evitare le volgarità: non per pudicizia, ma più che altro perché il ruolo in effetti richiede un minimo di autocontrollo. Daggum, frickin’, Jiminy Christmas, blankety-blank. Sabbia negli occhi degli snob e musica per le orecchie dei fan.

Cosa lascia a Hubert Davis

La serie di successi di Roy Williams, così lunga da trovare pochissimi paragoni, ha posto North Carolina in maniera stabile nel quartetto canonico delle Blue Blood, insieme all’odiata Duke, a Kansas e Kentucky. Hubert Davis, successore designato proprio da Ol’ Roy, non avrà di certo problemi a usare il buon nome di UNC per attrarre reclute. Mantenere le tradizioni dovrebbe essere abbastanza facile da questo punto di vista. Farlo invece sul modo di stare in campo, è un altro paio di maniche.

A parole, Davis si è presentato come coach in linea col passato. L’aria dei tempi che cambiano e le attuali condizioni del roster però dovrebbero spingere i Tar Heels verso territori nuovi. Il fuggi fuggi verso il portal – Walker Kessler ad Auburn, Garrison Brooks a Mississippi State – ha prosciugato il reparto lunghi della squadra insieme allo scontatissimo salto fra i professionisti di Day’Ron Sharpe. Semplicemente non ci sono abbastanza uomini per riproporre il Carolina Break come lo abbiamo conosciuto finora, cioè con due big men sempre in campo. Anche provando a gettarsi a capofitto fra i transfer, difficilmente si possono tirar su abbastanza uomini buoni per giocare in quel modo e mantenere gli standard di risultati che UNC impone, anche al netto di un anno di transizione.

Anche se è presto per dirlo, la sensazione forte è che questa North Carolina e quella dei prossimi anni saranno completamente diverse da quelle alla quali ci siamo abituati per un ventennio e passa. Addio coppie di lunghi dominanti. Addio sorrisi candidi e frasi colorite in sala stampa. A Chapel Hill non resta che sperare di non dire addio anche alle vittorie.

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