Quote by Picarelli, «A UMBC posso giocarmi le mie carte»

Il percorso di Matteo Picarelli verso la Ncaa non è stato consueto. Dall’esordio in Svizzera a 15 anni fino a Trento, passando per le selezioni giovanili dell’Italia, l’abitudine di Picarelli è stata quella di ribaltare la prima impressione che si aveva di lui. Da sconosciuto del raduno della Nazionale U16 a leader al Mondiale 3×3, fino ad arrivare a UMBC, l’università che entrò nella storia due anni fa con l’upset ai danni di Virginia.

A Baltimore ora lo chiamano Baby Luka, soprannome affibbiatogli dal compagno Spasojevic per via della somiglianza con il talento di Dallas. Ad ogni allenamento, quando Picarelli fa un assist, qualcuno urla “Baby Luka”. Se queste sono le premesse, sarà una grande stagione.

Un ringraziamento per questa intervista va ad Alfonso Fontana, Riccardo Deri e Radio Basket 108 che ci hanno ospitato alla trasmissione Benvenuti nella Madness.

 

A 15 anni hai esordito in Svizzera con il GC Zurigo, dove ha giocato due anni nelle serie cadette contro professionisti e giocatori americani, avendo anche minutaggi di rilievo. Quanto ha aiutato il tuo gioco l’essere stato soggetto di scout da parte di squadre professionistiche sin da così giovane? 

Sicuramente ha aiutato. Da sconosciuto sono passato ad un esordio da cinque triple perché mi lasciavano libero. Dopo l’iniziale euforia, c’è stato un momento complicato perché le difese si adeguavano e, per me, era la prima esperienza con giocatori adulti. Il livello non è altissimo, ma erano tutti giocatori di 25/26 anni, ogni squadra aveva minimo un americano, se non due, spesso nel mio ruolo. C’è stato quel periodo in cui ho fatto molta fatica sia a segnare che proprio a giocare. Giocare a livello senior mi ha aiutato sia ad abituarmi alla fisicità che al ritmo più intenso.

Qual è il bilancio di questo percorso alternativo in Svizzera? 

Sono contento di questo percorso. È molto diverso rispetto a quelli di altri giocatori. A livello giovanile in Italia ho giocato solo lo scorso anno a Trento da fuoriquota ed è un’esperienza completamente diversa, rispetto ad un Under 18 normale. Però giocare già con gente adulta ti aiuta a crescere in fretta.

Il Mondiale 3×3 in cui hai giocato con la maglia dell’Italia è stato il momento che ha aiutato di più la tua esposizione nei confronti del college, dato che, nella partita contro gli Stati Uniti, hai giocato contro prospetti del calibro di Devin Askew (Kentucky) e Nimari Burnett (Texas Tech)?

Secondo me ha aiutato perché gli americani sono scettici sulle guardie europee, non sono mai convinti. Quel quarto di finale lì mi ha dato quel pizzico di credibilità in più in ottica Division I, nonostante il 3×3 sia un altro sport. Non è stato il motivo principale, però ha tolto qualche dubbio.

Momento scout: agli Europei U16 e U18 hai giocato con moltissimi giocatori che si sono trasferiti in America. Dai ragazzi europei di Arizona (Kriisa, Gubelis, Batcho e Gorener) fino a prospetti da Draft come Maledon, Hayes, Pokusevski. Hai anche giocato insieme a Mannion. Com’è giocare e marcare giocatori come Maledon, Hayes o Mannion?

La prima volta in cui abbiamo giocato contro Hayes e Maledon è stata a Roseto, prima degli Europei Under 16. Non erano ancora giocatori formati fisicamente, ma tutti e due avevano una fisicità e un atletismo incredibile. Mi ricordo un’azione in cui su un cambio finisco su Hayes e sapevo che sarebbe andato al ferro, cercando di disorientarmi con le finte. Neanche il tempo di mettermi pronto che stava già schiacciando. Là capisci la differenza di atletismo tra due diverse scuole. Anche lo stesso Mannion aveva un atletismo fuori dal mondo per noi.

A Trento, invece, hai avuto un anno di transizione per preparati al salto verso il college. Com’è stato allenarsi con la prima squadra con giocatori come Aaron Craft e Alessandro Gentile?

Già conoscevo l’ambiente perché nel 2018-19 avevo fatto la Next Gen Cup con loro e conoscevo Max Ladurner dalla Nazionale. Quindi non partivo da zero. Senza questa esperienza a Trento, non sarei riuscito né a trovare una scuola come UMBC né a crescere come giocatore. Sono migliorato molto lo scorso anno, grazie all’esperienza di Serie A. Allenarsi con questi giocatori, anche Forray, aiuta molto, anche se non giochi. Gli allenamenti e il lavoro in sala pesi mi hanno cambiato il modo in cui vedo il basket. Ho cambiato il fisico, alcune parti del mio gioco, la mia mentalità, tutto quello che provavo in prima squadra le provavo in Under 18. Sono migliorato nelle letture da playmaker, cosa che due anni fa non avevo perché ero più un realizzatore.

Quali sono stati i primi contatti con il mondo del college? Hai sentito qualche tuo ex compagno, come Lorenzo Donadio, che era già in una high school? 

Con Lorenzo parliamo spesso. Mi aveva spiegato come funzionavano i contatti con gli allenatori. L’anno scorso, durante la preparazione con Trento, Gabriele Stefanini era venuto ad allenarsi con noi, ho parlato anche con lui e abbiamo continuato a parlare durante l’anno. Loro mi hanno aiutato tantissimo. 

Matteo Picarelli Lorenzo Donadio

Matteo Picarelli agli Europei U18 del 2019. Alle sue spalle, Lorenzo Donadio, da quest’anno all’American University.

Che approccio ha avuto UMBC con te?

Con i college è stato molto più frustrante. Tutti dicevano la stessa cosa: “Siamo molto interessanti, potresti giocare molto bene nel nostro sistema, ma non siamo certi che, con la competizione americana, riesci a fare le stesse cose che fai in Italia”. Quindi, tanti college mi scrivevano e poi sparivano. Con UMBC è stato ancora più strano: mi hanno contattato più volte, poi sono spariti quando l’allenatore (Ryan Odom, ndr) era in lizza per un posto a Wake Forest e mi hanno riscritto alla fine, offrendomi una borsa di studio, dopo diverse videochiamate con il coaching staff. Ho chiesto in giro diversi consigli e tutti sono stati positivi. Oltre l’upset, UMBC è un programma competitivo e serio, sono stati sempre una delle migliori squadre dell’America East. Era la scelta migliore per me, anche perché è una buonissima scuola a livello accademico. A livello di facility, ambiente, coaching staff è tutto fantastico. 

Quale sono le tue aspettative per quest’anno? 

È ancora presto perché siamo in fase di preparazione che, con la situazione della pandemia, i tempi si sono allungati. C’è la possibilità di trovare un buon minutaggio già da quest’anno. Sarà complicato perché davanti a me ci sono Darnell Rogers, che è il leader, LJ Owens e RJ Eytle-Rock che lo scorso anno hanno giocato molto. Sono forti, però posso giocarmi le mie carte.

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