Quote by Pac12 pronta per la stagione del riscatto

Annus horribilis per la Pac12 quello appena concluso, la peggior stagione della sua storia. I motivi? Scegliete pure voi: solo l’ottavo miglior record tra le major conference, un bilancio complessivo negativo contro una conference come la WCC, solo tre squadre al Torneo Ncaa e nessuna di queste con un seed superiore al #8, l’infortunio di Bol Bol e due programmi storici come UCLA e Arizona in piena crisi tra scandali extra-parquet e pessimi risultati sul campo.

La prossima stagione le cose dovrebbero andare ben diversamente: la Pac12 è chiamata non solo al riscatto ma ad una stagione da protagonista grazie ad un’ottima recruiting class generale, al probabile ritorno di vari giocatori di talento e all’arrivo di nuovi coach. Aggiungeteci la probabile mancanza di una chiara dominatrice come la Washington dell’ultimo anno e avrete il mix perfetto per quella che si preannuncia una stagione esaltante.

Giovani e talentuose

Potrebbe essere questo lo slogan per descrivere le prossime Arizona e USC: prima e quinta, rispettivamente, a livello nazionale, secondo 247sports, per il reclutamento della classe del 2019. I Wildcats devono solo affrontare lo spauracchio FBI con le ultime intercettazioni emerse che coinvolgono direttamente un fedelissimo di coach Sean Miller come l’assistant Emanuel “Book” Richardson nel reclutamento, tutt’altro che legale, di DeAndre Ayton (pare che la prima scelta del Draft2018 abbia ricevuto 10.000 dollari mensili durante il suo anno a Tucson). L’Ncaa ha già avviato un’inchiesta e le possibili conseguenze potrebbero far tornare sui propri passi due talenti come Josh Green e il nostro Nico Mannion, le due punte di diamante ( e rispettivamente nella Espn100) e futuri titolari negli spot di play e guardia nel backcourt di ‘Zona.

 

L’imponente reclutamento di Sean Miller non finisce qui: i Wildcats potranno contare su altri due talenti quattro stelle come Terry Armstrong (SF) e Zeke Nnaji (C) che, sommati ad un gruppo che conta già l’asse piccolo-lungo Williams-Jeter, l’energia dal pino di Ira Lee e il possibile ritorno di un talento come Brandon Randolph, fa di Arizona la probabile favorita della conference.

Chi punta sulla stessa ricetta a base di mix tra esperienza e giovani di prospettiva è USC, pronta a tornare protagonista dopo una stagione deludente. Coach Andy Enfield è probabilmente all’anno decisivo per la sua permanenza sulla panchina dei Trojans: finora in cinque anni ha raccolto ben poco se si considera il talento a disposizione (solo due presenze al Torneo Ncaa con il secondo turno come miglior risultato). La voglia di riscatto sua, e di un intero programma, passa dal ritorno di due leader come Rakocevic e Mathews (con il primo tra i massimi candidati per il Pac12 POY) e da una recruiting class che potrà contare sul talento sotto i tabelloni di due prospetti cinque stelle come Isaiah Mobley e Onyeka Okongwu. Se Derryck Thornton Jr ha deciso, a sorpresa, di lasciare il programma come grad transfer, USC può consolarsi con due transfer con tanti punti nelle mani come Quinton Adlesh da Columbia e Daniel Utomi da Akron.

Le imprevedibili Oregon e Arizona State

Dopo le ultime sorprendenti Sweet16, Oregon sembrava proiettata ad una prossima stagione esaltante ma, al giorno d’oggi, ci sono più incognite che certezze per i Ducks. Freshmen di talento non mancheranno (13° per reclutamento in Ncaa con il prospetto cinque stelle C.J. Walker come uomo copertina e due giovani dalle belle speranze come il duo Johnson-Lawson) ma molto dipenderà se il gruppo base di coach Dana Altman deciderà di rimanere o meno al prossimo Draft Nba: ecco perché dalle parti di Eugene attendono impazienti le scelte di Louis King, Payton Pritchard e Kenny Wooten, ancor di più alla luce della scelta di trasferirsi di due pedine importanti in uscita dalla panchina come Miles Norris e Victor Bailey Jr. Il colpo Chris Duarte, il top Juco transfer della nazione, rischia di essere la ciliegina sulla torta o la magra consolazione per una squadra che in caso di ritorno dei suoi Big Three (senza dimenticarsi della presenza del duo Richardson-Okoro) rischia di essere un vero caterpillar.

 

Chi ci ha abituato all’imprevedibilità negli ultimi anni è coach Bobby Hurley e la sua Arizona State: puntualmente sottovalutati a inizio stagione, puntualmente tra le sorprese di fine anno. Mai scommettere contro i Sun Devils nonostante l’addio a due pietre miliari come Dort-Cheatham. Un quintetto che può contare su due bocche di fuoco come Martin-Edwards in cabina di regia, la mira di Kimani Lawrence (chiamato ad una breakout season) e al mix old school-modernità e al loro gioco dentro-fuori di due lunghi come White-Cherry è un lusso che pochi team in Ncaa possono vantare.

Washington&Colorado: due mine vaganti

Continuare ad essere competitivi nonostante l’addio al nucleo di giocatori migliore nella storia dell’ateneo? Certo che si può se ti chiami Washington. Perdere i vari Thybulle, Nowell, Dickerson e Crisp non renderà di certo gli Huskies la corazzata capace di dominare in lungo e in largo la Pac12, ma la solidità di giocatori esperti come Carter-Wright-Timmins e, soprattutto, due innesti come il transfer da Kentucky Quade Green in regia e il centro cinque stelle extra-lusso Isaiah Stewart, terzo prospetto della classe 2019 e vero colpo di UW, li rendono una squadra capace di giocarsela con tutti. Il vero valore aggiunto? Coach Mike Hopkins e la sua zona 2-3, un incubo per qualsiasi avversario.

 

A proposito di coach: Tad Boyle avrà tra le mani la migliore Colorado mai allenata. Il 4° posto dell’ultima stagione è solo il trampolino di lancio per una squadra che potrà contare non solo sul miglior asse play-lungo della conference (e due candidati naturali a Player of the Year) con McKinley Wright IV e Tyler Bey, ma anche su un gruppo di comprimari esperto e solido capace di alternarsi come terzo violino: da Evan Battey a Shane Gatling, da D’Shawn Schwartz a Lucas Siewert.

UCLA, anno I

Siamo sulla faglia di Sant’Andrea ma il vero terremoto in casa UCLA è stata la scelta di Mike Cronin come nuovo coach. Certo l’ex-Cincinnati non era la prima scelta ed è arrivato solo in seguito ai rifiuti di John Calipari, Jamie Dixon e Rick Barnes ma per la prima volta, dopo anni, porta un progetto ben chiaro a Los Angeles: difesa, carattere, un attacco lento ma organizzato, gioco duro e di squadra. Una vera e propria scommessa e una controtendenza per un college dal sangue blu che ha sempre fatto dello spettacolo e dello showtime il suo mantra.

Dopo anni di delusioni e di roster che non hanno mai reso all’altezza del talento a disposizione, in casa Bruins sono convinti che ci sia bisogno di un netto cambio a partire dalla filosofia e cultura di squadra e coach Cronin nonostante possa, all’apparenza, essere un ossimoro vivente rispetto ai valori di UCLA potrebbe rivelarsi la scelta giusta. Non ci saranno freshmen di talento ad attenderlo ma un Shareef O’Neal pronto al debutto universitario dopo i problemi cardiaci, un gruppo interessante di sophomore pronti a mostrare il proprio valore (Bernard, Singleton, Campbell e Nwuba) e veterani dall’usato sicuro come Ali, Smith, Riley, Hill e Olesinski. Cronin nel complesso ha già un roster più talentuoso di qualsiasi edizione dei suoi Bearcats e, visti i risultati ottenuti a Cincy, forse è arrivata l’ora del riscatto anche per UCLA.