Quote by Warriors e Rockets, la storia si ripete

28/04/2019

Houston Rockets e Golden State Warriors si ritrovano l’uno di fronte all’altro in una serie di playoff a quasi un anno di distanza dalla gara 7 delle Western Conference Finals con uno degli esiti statistici più improbabili di sempre. Il momento della sfida non è poi così importante: entrambe giocano per il titolo, l’alternativa sarebbe un fallimento, e tanti sostengono che il turno di anticipo darebbe qualche energia in più a James Harden, che è sembrato esausto la scorsa stagione.

Lo 0 su 27 da oltre l’arco in 24 minuti non ha lasciato spazio a un’analisi approfondita di cosa ha portato a quel risultato. Si è anzi accettata quasi all’unanimità l’idea che i Rockets abbiano avuto sfortuna. Si dimentica che i Warriors si sono trovati in svantaggio 3 a 2 a causa di 6 quarti giocati malissimo in attacco, e che l’infortunio di Igoudala era quasi irrilevante. Così come quello 0 nelle triple realizzate è legato anche a chi ha preso quei tiri e come erano difesi. Qui, in parte, la sfortuna è stato un fattore. Bastavano un paio di canestri per cambiare la storia di gara 7. Ma quei tentativi sono stati anche indirizzati dalla difesa di Golden Statetattica utilizzata parecchio dai Milwaukee Bucks quest’anno, tra gli altri – contestando Harden e spingendolo a stepback disperati, contestando Eric Gordon e lasciando metri di spazio a Trevor Ariza e agli altri. I Warriors hanno selezionato chi lasciar tirare e impedito ogni penetrazione al ferro, consapevoli che nessuno dei Rockets avrebbe mai tirato dalla media. Come ritorcere il Moreyball contro il suo creatore.

 

Ma questa Houston è una squadra molto diversa da quella vista un anno fa. Tanti hanno sottolineato come la perdita di Ariza sarebbe stata sentita proprio in questa serie. Ma il ritorno di coach Jeff Bzdelik dopo l’annunciato ritiro in estate non ha solo riportato la difesa a livelli paragonabili a quelli di un anno fa, lo ha fatto cambiando lo schema, rinunciando allo switch sistematico in favore di uno switch selettivo, affidandosi alla crescita di Eric Gordon come difensore ed eliminando eventuali errori di comunicazione difensiva. Lo schema contro i Warriors rimarrà lo stesso, cambi difensivi lontano dal pallone sui tagli di Stephen Curry e Klay Thompson, cambiare sempre per proteggere Harden e forzare l’avversario ad attaccare in isolamento, contestare al ferro ed evitare rimbalzi offensivi.

 

Dall’altra parte del campo, la presenza di Danuel House e Austin Rivers offre due giocatori in grado di creare dal palleggio, per quanto non in modo efficace come Harden e Chris Paul. In parte era quello che mancava un anno fa con i vari Ariza, Ryan Anderson e Mbah a Moute, tiratori buoni sugli scarichi ma disastrosi palla a terra. La scommessa è che il contributo in attacco dei due possa controbilanciare quel (poco) che tolgono in difesa. House è un buon difensore, farà degli errori come tutti i giovani, errori che Ariza non avrebbe commesso, Rivers è meno affidabile ma ha un ruolo in questa sfida.

Puntare su questi due è stata una scelta strategica. Ariza e Mbah a Moute hanno un livello minimo di prestazioni più alto rispetto a House e Rivers, ma anche un massimo molto inferiore. La varianza, la ricerca dell’esito statistico fuori dalla norma, è uno dei capisaldi della filosofia di Daryl Morey, e forse uno dei pochi concetti su cui fare affidamento per superare il talento di Golden State. Questa varianza si traduce in prestazioni di Harden sottotono, come lo 0 su 15 per iniziare gara 5 contro i Jazz. Ma questi Rockets hanno gli strumenti per uscirne, anche senza i 41 punti e 10 assist di Chris Paul nella gara 5 dei playoff 2018 contro Utah. Ah, le triple in steback erano un brutto tiro, prima che Harden chiudesse la stagione con il 39% dal campo in quel tipo di conclusioni.

Houston può contare anche su altri due piccoli vantaggi, di cui è difficile valutare il peso. Primo, per ragioni in apparenza inspiegabili i Warriors diventano incapaci di attaccare di squadra contro la difesa dei Rockets. Imputare la metamorfosi agli switch difensivi sarebbe riduttivo. Altri lo fanno, ma Houston rimane l’unica che porta Golden State e Kevin Durant in particolare a spegnere la luce e affidarsi a difficili tiri dalla media in isolamento. Spegnere la luce, nel caso di KD, significa 95 punti in 52 tiri come nelle ultime due gare contro i Clippers. O 166 nelle ultime quattro, con un TS% di 72.8. Si sono viste notti più buie.

 

Inoltre, lo abbiamo detto dopo la prima sconfitta contro i Los Angeles Clippers e non siamo certamente gli unici, c’è qualcosa di insolito nell’umore dei campioni in carica. La free agency di Durant incombe, la fatica mentale della quinta postseason e potenziale finale in cinque anni è tanta, l’arroganza dovuta all’essere già stati qui e al sapere come si fa, il bisogno quasi fisico di trovarsi con le spalle al muro per trovare le motivazioni.

 

C’è più rispetto per i Rockets, e la concentrazione sarà più alta. Il gioco di Harden è fatto di finte e depistaggi e inganni che richiedono alle squadre un paio di gare di adattamento ma nessuno lo conosce meglio di Golden State. Ma a guardare questa squadra, sorge sempre una domanda: quante volte si può “accendere l’interruttore”? È lecito rilassarsi in regular season, non sono certo i primi e non saranno gli ultimi a farlo. È un diritto che si guadagna con la vittoria del titolo. In posteason si inizia a fare sul serio, si preme l’interruttore. Si può vincere anche se si accende e spegne a piacimento? Solo quando se ne ha voglia? La sconfitta in gara 5 non è arrivata solo per un interruttore spento. Golden State ci ha provato nel finale, ma nel buio non è riuscita a trovarlo.

Gara 2 può succedere, soprattutto a una squadra tanto compiaciuta di se stessa. Gara 5 no. Gara 5 è quantomeno un campanello d’allarme, un segnale che non sono invincibili. La situazione potrebbe implodere, qualcuno potrebbe avere problemi di falli o sarà più difficile sorvolare su uno screzio o un infortunio potrebbe costare qualche gara a un giocatore più importante di Andre Igoudala o una qualsiasi combinazione di queste variabili. Golden State, per la prima volta negli ultimi tre anni, sembra vulnerabile per ragioni che non dipendono dagli infortuni, che comunque saranno un fattore: Klay Thompson ha una brutta distorsione alla caviglia ed è in dubbio per gara 1.

 

Stephen Curry non è al meglio ma ci sarà. E Houston annusa il sangue. È lecito immaginare una serie complicata sul piano mentale prima ancora che fisico, ma che con ogni probabilità vedrà Golden State prevalere. Ma a quale prezzo?