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Wendell Moore e la leadership di Duke

Wendell Moore
Autore: Stefano Fontana
Data: 14 Gen, 2022

Come visto in un altro nostro articolo recente, non tutti i prospetti da Draft emergono al primo anno: c’è chi ha bisogno di spendere qualche stagione di adattamento prima di mettere in mostra tutte le proprie qualità. È il caso, per esempio, di Wendell Moore Jr., che da junior si sta rivelando una delle sorprese più piacevoli di Duke, la quale è a sua volta una delle squadre più convincenti viste finora: se sono i grandi favoriti al titolo di conference nella ACC, parte del merito è dell’ala da Charlotte.

Da delusione a leader

Approdato a Durham come prospetto 5-star, Moore aveva faticato molto a trovare continuità. Mentre Vernon Carey, l’altra recluta del 2019, dominava l’area in lungo e in largo, lui metteva in mostra qualche lampo da ottimo giocatore ma soprattutto tante incertezze, in particolare tirando poco (e male) dall’arco. Ancora ad oggi, i 25 punti rifilati a Wake Forest da freshman rimangono il suo career-high collegiale, ma tra tifosi ed addetti ai lavori la sensazione diffusa era che ci si potesse aspettare qualcosa in più.

Già nel 2020-21 si era visto un timido miglioramento, pur annacquato dalla pessima stagione generale del programma, ma è in quest’annata che Moore è davvero esploso, avanzando una serissima candidatura al premio di Most Improved Player della ACC. Nominato co-capitano ad inizio stagione assieme al senior Joey Baker, ha imparato a guidare una squadra tanto talentuosa quanto inesperta, in campo e fuori: è stato lui ad alzare la voce dopo la sconfitta con Miami, assumendosi le responsabilità e dicendo di sentirsi a tutti gli effetti leader di questo gruppo.

Dov’è migliorato

L’upgrade più evidente all’interno del suo gioco è arrivato nella mole e nella precisione delle triple tentate: se il suo primo anno si era chiuso con un pessimo 21.1% su 0.8 tiri dall’arco a partita, in questa stagione sta viaggiando con un dignitosissimo 37.7% su 3.5 tentativi. Il lavoro sulla meccanica di tiro, ora molto più rapida, armoniosa e pulita, è evidente, ma è stato accompagnato anche da un’ottima rifinitura dei movimenti senza palla. Ora Moore è bravissimo nel farsi trovare al posto giusto nella metà campo offensiva per creare un vantaggio per sé stesso o per i compagni. In particolare, sta diventando una vera sentenza in situazioni di spot-up.

L’essere diventato una minaccia credibile dal perimetro gli permette di sfruttare meglio quella che è sempre stata una sua caratteristica chiave, ovvero la capacità di cogliere il momento giusto per attaccare il difensore fuori equilibrio – specie nei closeout – puntare il ferro e chiudere con forza sfruttando il suo atletismo contro i contatti.

Per diventare una minaccia offensiva completa dovrebbe migliorare ancora di più la sua capacità di procurarsi tiri dal palleggio, ma per ora sembra poterne fare a meno: oltre il 90% delle sue triple arrivano dall’assist di un compagno, e in stagione sta facendo registrare oltre 15 punti di media a partita (solo lo scintillante Paolo Banchero fa meglio tra i Blue Devils) con un sensazionale 54% complessivo al tiro.

 

Un contributo a tutto tondo

Un altro degli elementi a renderlo intoccabile per Coach K (che lo tiene in campo più di chiunque altro, quasi 33 minuti a partita) è la sua capacità di agire da playmaker secondario: negli ultimi due anni Moore ha sviluppato un ottimo feeling nel risalire il campo palleggiando, soprattutto in transizione, ma più in generale mostra anche abilità nel trovare sempre il compagno meglio posizionato. Anche qui, le statistiche riflettono il suo miglioramento: ha più che raddoppiato il numero degli assist rispetto alla stagione da freshman (da 1.9 a 5.0 di media).

Non sarà mai, probabilmente, un passatore spettacolare di puro istinto, ma ha dimostrato di poter essere una valida soluzione dalla quale far passare la palla nei momenti caldi e in alcune situazioni specifiche: nei suoi highlights troverete parecchie azioni in cui trasforma una rimessa offensiva in un assist con imbarazzante facilità. Coach K disegna i movimenti, lui fa arrivare la palla al posto giusto.

A completare il quadro che lo rende un coltellino svizzero è la sua tenacia difensiva. Moore è massiccio (96 kg distribuiti su 195 cm) e, pur non essendo altissimo, ha un’apertura di braccia che lo rende diabolico quando allunga le braccia per raggiungere la palla: 1.4 rubate di media con un box plus minus difensivo di 3.0 sono numeri più che dignitosi per il suo ruolo, ed ha già dimostrato – facendo gola agli scout NBA – di poter reggere tranquillamente l’impatto anche con guardie più rapide e tecniche. Atletismo e mobilità sono importanti, e lo rendono potenzialmente un difensore molto valido anche al piano di sopra.

 

Insomma, non è un caso che Duke si stia riavvicinando alla cima della Top 25 (questa settimana è alla numero 8) dopo una delle peggiori stagioni del suo recente passato. Sicuramente il merito di Mike Krzyzewski, al valzer d’addio, è stato quello di mettere insieme una classe fenomenale, ma anche quello di aver aspettato e coltivato il talento – che sembrava un po’ smarrito – di Wendell Moore. Quest’ultimo, con una probabile chiamata a metà del prossimo Draft NBA nel suo futuro, gli sta mostrando la sua gratitudine a suon di ottime prestazioni.

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