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Arkansas, mina vagante che non ti aspetti

BasketballNcaa - Arkansas basketball
Autore: Paolo Mutarelli
Data: 2 Mar, 2021

Tutti sul carro di Arkansas, la squadra più in forma della Division I. È da inizio stagione che l’account Instagram dei Razorbacks ha come foto profilo la grafica di un pullman guidato da coach Eric Musselman. La continuità dei risultati dell’ultimo mese (nove vittorie di fila nella Sec e secondo posto) li proietta ora verso un seed abbastanza alto (4 o 5) al Torneo e sta portando tanti ammiratori attorno alla squadra: su quel bus si comincia proprio a stare stretti.

Arkansas Muss Bus

Il Muss Bus di Arkansas

Come uscire dall’emergenza

Quest’estate coach Eric Musselman era disperato. Sperava di contare di nuovo su Mason Jones (giocatore dell’anno della Sec) e Isaiah Joe, voleva implementare la zona 1-3-1 a tutto campo per sorprendere gli avversari e sperava di continuare quel processo di costruzione iniziato nella sua prima stagione a Fayettevile. E invece ecco un bell’esodo di massa (sei dei primi sette realizzatori della squadra andati via), un solo ritorno (Desi Sills) e un roster completamente nuovo da plasmare, con quattro freshmen e cinque transfer.

Dopo Kentucky, i Razorbacks erano quelli con le maggiori perdite dall’anno precedente. In più, l’offseason piena di restrizioni aveva complicato ulteriormente le cose. “Dovremo ricominciare da zero la costruzione di un’identità e di uno stile di gioco” aveva detto Musselman. Aveva quindi creato una non-conference schedule mirata a minimizzare i problemi legati alla pandemia (nessuno spostamento, solo partite in casa) e a costruire con pazienza una chimica di squadra (in otto partite, North Texas è stato l’avversario più complicato): 8-0, nessun positivo e tutto sembrava funzionare.

Arrivato l’inizio di conference, però, il piano ha subito uno scossone: prima le sconfitte contro Missouri e Tennessee, poi l’assenza di Justin Smith per tre settimane durante le quali Arkansas è stata annichilita due volte nel giro di tre giorni, prima da LSU (42-13 per i Tigers dopo 14 minuti) e poi da Alabama (+25 a fine primo tempo). Il record nella SEC recitava due vittorie e quattro sconfitte: da lì, però, poi sono arrivate solo vittorie in conference (e una sola battuta di arresto all’OT contro la Oklahoma State di Cade Cunningham nel SEC/Big 12 Challenge). Un cambio di rotta impressionante.

Arkansas 2020-21 kenpom

Il ruolino di marcia di Arkansas (via KenPom)

Se l’attacco di Alabama somiglia a quello degli Houston Rockets, il gioco offensivo di Arkansas è simile a quello di Golden State: giocatori in perenne movimento che tagliano, bloccano e leggono gli aggiustamenti della difesa. Lo scorso anno i Razorbacks non giocavano così, bensì puntavano sulle capacità di Jones in isolamento e sul tiro da tre di Joe. Senza go-to-guy per la prima volta in carriera, Musselman ha creato questo sistema versatile e imprevedibile in cui tutti toccano la palla, (35° della nazione per KenPom), devono saper fare più cose e in cui si attacca in transizione ogni volta che si può (29° per Adj. Tempo). C’è voluto un pochino prima di capire la rotazione definitiva, ma dopo la sconfitta contro Oklahoma State è arrivata l’epifania e, insieme, sei vittorie consecutive.

I quintetti che Arkansas può mettere in campo sono molteplici: servono centimetri e rimbalzo? Connor Vanover e Vance Jackson come coppia di lunghi. La difesa si allunga su tutto il campo? Dentro J.D. Notae e Desi Sills per mordere le caviglie ai portatori di palla. Servono cambi difensivi ossessivi per poi andare in contropiede? Moses Moody da 4 e Justin Smith da 5. Coach Musselman può divertirsi a cambiare stili e modi di giocare, adattando di partita in partita il proprio piano e rotazione

Il freshman Moses Moody è l’arma principale: ha confermato la sua nomea da tiratore (36.5% da tre), ma ha aggiunto tagli e creazione dal palleggio che lo rendono un giocatore piuttosto completo. I suoi tiri sono ottimi secondo i parametri di ShotQuality, anche perché colleziona tantissimi viaggi in lunetta (quasi sei di media convertiti con l’82.3%).

Justin Smith è il perno su cui ruota tutta la squadra: 18-2 con lui, 2-3 senza, ma soprattutto è un mismatch per chiunque. Spesso si trova sotto canestro a segnare per via del flusso dei Razorbacks (quasi il 70% delle sue conclusioni arriva da lì e segna con 66.4%), ma può anche attaccare il lungo di turno dal palleggio. In più il suo atletismo può regalarci giocare del genere.

La chiave di questa striscia, però, la troviamo nel rendimento di due freshman abbastanza sottovalutati: Davonte Davis e Jaylin Williams. Fondamentali perché in attacco si inseriscono alla perfezione nel contesto di Arkansas. Davis è imprevedibile: il suo stile ciondolante lo rende difficile da decifrare e spesso sorprende le difese con decisioni all’ultimo secondo. Ma soprattutto segna con una facilità impressionante dal mid range (il 45.2% delle soluzioni arriva da lì e segna con il 43.9%).

Infatti, nei momenti di attacco stagnante, la soluzione è dare la palla a lui o a Moody che carica come un toro la difesa. Williams, invece, non sembra un freshmen. Fa tutte quelle cose di complemento che rendono l’attacco più fluido e, soprattutto, aggiunge un playmaker in attacco. Arkansas si appoggia tantissimo sul suo gioco in post e il suo tempismo nel trovare i compagni è sempre ottimo, oltre ad avere un gancetto che funziona molto bene.

Intensità come stile di vita

La svolta, però, è arrivata grazie alla difesa e dal fatto che giocatori come Davis e Williams stanno dando un grande contributo dietro. Davis non è il migliore difensore sulla palla di tutta la squadra solo perché il roster di Arkansas può contare su Jalen Tate (due volte DPOY dell’Horizon League con Northern Colorado) e Desi Sills. La sua reattività con i piedi e le lunghe braccia lo rendono indigesto a molti nella SEC. Williams, invece, continua a fare il vecchio sapiente anche in difesa con tagliafuori, sfondamenti subiti, rimbalzi, tanta mobilità e anche una buona dose di stoppate.

Il mantra difensivo è “intensità”. L’obiettivo principale è mettere ansia e fretta agli avversari per indurli a forzare. C’è tanto movimento anche nella metà campo difensiva, con raddoppi, rotazioni, close-out e di nuovo rotazioni, però tutto parte dalla difesa sulla palla, oltre al poter contare su velocità e braccia lunghe per recuperare sul lato corto. Quando non succede, arrivano primi tempi come quello contro Missouri dove i Tigers hanno trovato solo triple aperte.

Tate, Sills, Davis ma anche Vance Jackson, un’ala di oltre due metri che spesso viene messa in punta per oscurare la vallata, hanno il compito di rendere complicata la vita per arrivare al canestro dove si sfrutta solitamente la lunghezza naturale di Vanover (lentissimo, ma quando è posizionato bene è dura sorpassarlo) e Jaylin Williams. La versatilità, però, arriva nel momento in cui anche Justin Smith, autentico faro della difesa, e Moses Moody possono trasformarsi in difensori al ferro di livello. Questo sempre al massimo dell’intensità.

Un marzo da mine vaganti

Entrare in forma in questo periodo dell’anno porta sempre grandi aspettative in vista del Torneo. Con questa striscia, Arkansas è entrata di prepotenza nei discorsi per i seed alti di questa March Madness. Per fare da guastafeste, di armi ne ha parecchie: cambi di registro tra primo e secondo tempo, diversi giocatori in grado di risolvere la partita nei momenti importanti e tante diverse soluzioni per adattare il proprio piano partita sull’avversario.

C’è però il rovescio della medaglia: infatti Arkansas potrebbe benissimo finire vittima del più classico degli upset 5-contro-12 al primo turno. Vanover è una presenza attaccabile ogni volta che è in campo, la soluzione con cinque piccoli potrebbe soffrire un lungo di talento e freshmen come Davis e Williams sono pur sempre al loro primo anno e potrebbero pagare l’inesperienza. Insomma, Arkansas sembra essere la classica squadra sfascia-bracket e a noi piace anche per questo. Quindi, ultima possibilità per salire sul carro, perché poi a fine marzo sarà troppo tardi.

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