Quote by Davide Moretti, il sudore e il sogno

Fino a una manciata di giorni fa, non avevamo mai avuto un italiano alle Final Four. Adesso ne avremo ben due. Se per Francesco Badocchi, redshirt freshman di Virginia, i riflettori personali sono da rinviare almeno all’anno prossimo, Davide Moretti ha invece intrapreso la strada per Minneapolis da protagonista, facendo parlare di sé sempre di più nell’arco degli ultimi tre mesi, al di qua e al di là dell’Atlantico. Il suo emergere prepotente è una delle ragioni principali del successo di Texas Tech, alla prima Final Four della sua storia.

Doveva fare un passo avanti…

La squadra di Lubbock è la più grande sorpresa di quest’anno. Persa oltre metà di quel gruppo che aveva raggiunto l’Elite Eight nella scorsa stagione, pochissimi si aspettavano che i Red Raiders potessero essere di nuovo una squadra da Torneo, figurarsi una contender. Eppure eccoli là, guidati dal coach-rivelazione degli ultimi due anni, Chris Beard, una sorta di stregone che ha creato una formula vincente tutta sua: un mix di disciplina, ferocia ed euforia convogliate nella miglior difesa della nazione. Una formula che Moretti, caratterialmente molto affine al suo allenatore, ha sposato in pieno.

Da back-up a titolare, doveva fare un passo avanti quest’anno: lui, invece, ha fatto una bella camminata. Secondo in squadra per punti (11.6), terzo per assist (2.5) e recuperi (1.1), il Moro è diventato qualcosa di più d’una buona spalla della stella Jarrett Culver e, insieme al coltellino svizzero Matt Mooney, è andato a formare quello che, a conti fatti, è uno dei migliori backcourt in assoluto.

Matt Mooney, Jarrett Culver e Davide Moretti

Moretti riesce a fare la differenza senza bisogno di essere al centro di tutto: gli basta poco per colpire. I giocatori di Gonzaga hanno detto che quello della combo guard italiana era un nome bene in vista nei loro scouting report. Nella sfida delle Elite Eight, il Moro aveva impiegato un po’ a carburare in attacco ma, nella ripresa, è emerso in maniera progressiva ed è stato inesorabile quando c’è stato bisogno di mettere dentro palloni pesanti.

Lo aveva fatto tante volte in Italia, ma dal PalaVerde di Treviso all’Honda Center di Anaheim ci sono belle differenze. Un palco più ampio, pressioni più forti, sogni più grandi. Tutto questo, per Davide, non ha fatto differenza: «Non ho paura di prendere un tiro anche se ho sbagliato quello precedente», ha detto a fine gara. «Ho fiducia in me stesso perché so quanto lavoro ci ho dedicato».

 

Due canestri determinanti, una grande vittoria e una felicità immensa da condividere con i compagni di squadra e anche con la propria famiglia, seduta sugli spalti e che, con la sua presenza, gli aveva regalato un momento di gioia qualche giorno prima in una scena che aveva fatto il giro di social e tv. Una bella storia, da qualsiasi punto di vista la si voglia vedere, che però non è ancora giunta all’ultimo capitolo.

 

Agli occhi di persone esterne, il talento fa spesso sembrare tutto molto facile quando, invece, di semplice e scontato non c’è proprio nulla. Dietro a quelle due triple e a quella esultanza finale ci sono decine, centinaia di ore spese a studiare video e chissà quante migliaia passate in palestra nel corso degli anni. La storia del Moro, come quella di ogni atleta che mette a frutto il proprio talento, passa tutta da lì.

Efficienza da primo della classe

Giocatore estremamente continuo (22 partite in doppia cifra realizzativa nelle ultime 24 disputate) e da sempre tiratore pericolosissimo, la sua efficienza offensiva quest’anno ha raggiunto livelli d’élite. I suoi numeri parlano chiaro: guardando le varie voci statistiche individuali, l’ex Treviso risulta fra i primi 30 dell’intera Division I in cinque di queste (e in Top 10 per liberi e true shooting).

Facendo il confronto con le statistiche personali della scorsa stagione, c’è da sgranare gli occhi, specie se si va nel dettaglio scorrendo le stats relative al tiro che compaiono su Hoop-Math. La sua crescita è impetuosa in quanto a efficienza, ma anche molto interessante per quanto riguarda la capacità di variare il suo gioco.

Moretti è in primis un cecchino, è vero, ma i suoi numeri evidenziano un altro aspetto che è stato possibile cogliere guardandolo in campo quest’anno. Attacca il ferro con molta più frequenza e con risultati davvero ottimi, vuoi per una maggiore capacità di puntare il canestro in uno-contro-uno e di resistere ai contatti, vuoi per uno spiccato tempismo nel tagliare verso l’area quando non ha il pallone in mano. Inoltre, va in lunetta molto più spesso, cosa affatto malvagia per uno che, per segnare i suoi abituali 100 liberi al giorno, ha bisogno di tirarne appena 103.

In un posto come Texas Tech sarebbe però impossibile affermarsi come uno dei leader senza dare il proprio contributo in difesa, cioè il pilastro degli equilibri della squadra. Anche se la cosa passa un po’ in secondo piano, è proprio in quel lato del campo che Moretti ha registrato i miglioramenti più grandi e sorprendenti rispetto al suo personale punto di partenza.

Ritagliatosi una piccola fama per il suo spirito di sacrificio e il timing col quale porta a casa sfondamenti, i suoi progressi in quell’ambito sono una spia della dedizione che il Moro mette nel lavoro quotidiano. Come ci aveva raccontato lo scorso gennaio, «oltre al tempo speso in palestra per aumentare la mia forza nelle gambe e la mia rapidità, ho speso molte ore nello studio della difesa, studiando le guardie europee nella NBA e come difendono su quelle americane. Ho studiato il loro movimento di piedi e come cercano di reagire prima che l’attaccante agisca, cogliere quell’attimo di reazione fra attacco e difesa».

Una esplosione, più di un significato

Quella di Moretti è una delle tante storie che dimostrano come il talento, per poter emergere, necessiti sempre di lavoro costante e anche un po’ di cocciutaggine. Il significato della sua esplosione, però, potrebbe finire per prendere anche pieghe che vanno al di là sia della sua giovane carriera che dei destini di Texas Tech in questo finale di stagione.

Ciò che rende ancor più speciale Moretti in questo momento consiste nel prototipo di giocatore che rappresenta. Non è la prima volta che vediamo un europeo di successo nel college basketball ma, se parliamo di guardie, il discorso è diverso. In genere, per un atleta del Vecchio Continente, è molto difficile trovare spazio ai livelli più alti della NCAA giocando in quel ruolo. Quelli che riescono a condurre una carriera universitaria di primo piano, lo fanno a livello di mid-major nella stragrande maggioranza dei casi e gli esempi recenti non mancano, da Francis Alonso a Jón Axel Guðmundsson, fino a Vasa Pušica.

Presso i recruiter dei grandi college, c’è scetticismo verso giocatori di un certo tipo: quando vengono a pescare in Europa, infatti, in genere privilegiano la ricerca di lunghi. Questa tendenza si riflette in maniera evidente sui dati relativi agli europei in Division I. Come avevamo sottolineato nella nostra inchiesta The Global Game, il 46.6% di loro ha un’altezza pari o superiore ai 206 cm.

Jonathan Givony (DraftExpress, ESPN) ha preso spunto dalle prestazioni di Moretti per sostenere che i college debbano dare più credito a giocatori che, pur non essendo molto prominenti sul piano atletico, possono competere grazie a tecnica e QI cestistico.

C’è molto ottimismo che traspare da questi due tweet, quindi ci pare il caso di ricordare che quanto fatto dal Moro è speciale e non facilmente riproducibile da diversi punti di vista (talento individuale, etica del lavoro, armonia raggiunta nel mezzo di un contesto vincente). Ci sono dei ragazzi di talento ma questo non vuol dire necessariamente che si possano pescare dei nuovi Moretti a piene mani. Non possiamo però che essere d’accordo con l’assunto di fondo espresso da Givony: i college dovrebbero imparare a guardare oltre quando valutano certi tipi di giocatore.

Può Moretti segnare un punto di svolta nel modo in cui si recluta in Europa? Forse, visto anche e soprattutto che viviamo in un’epoca di costante allargamento delle frontiere in questo sport, con tutto quel che ne consegue. Questi tipi di cambiamenti però non avvengono mai dall’oggi al domani. In ogni caso, ci piace pensare che, magari fra dieci anni, quando ci ritroveremo a commentare un’ipotetica evoluzione della presenza europea in NCAA, spunteranno qui e là degli addetti ai lavori che faranno riferimento a un certo ragazzetto arrivato dall’Italia con un fisico leggero e un inglese rudimentale ma che seppe poi recitare da protagonista sul palcoscenico più importante che ci sia nella pallacanestro universitaria.