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Gonzaga, corazzata che insegue la storia

Gonzaga Drew Timme Corey Kispert Jalen Suggs March Madness
Autore: Riccardo De Angelis
Data: 2 Apr, 2021

Gonzaga è appena diventata la prima squadra nella storia del college basketball a infilare cinque stagioni consecutive con almeno 30 vittorie. Ora è a due partite dal diventare la prima formazione dal 1976 in grado di laurearsi campione Ncaa senza nemmeno una sconfitta in tutta l’annata. Gli Zags sono dunque all’inseguimento di un titolo che li farebbe entrare nell’Olimpo della pallacanestro universitaria.

Chi ha sconfitto

#16 Norfolk State 98-55
#8 Oklahoma 87-71
#5 Creighton 83-65
#6 USC 85-66

Punti di forza

Cominciamo col dire che l’attacco di Gonzaga non è semplicemente forte o d’élite: è una macchina impressionante che ha già fatto abbastanza per essere ricordato in futuro come uno dei migliori di sempre. La Death Lineup di coach Mark Few abbonda di ball handler, opzioni varie nello sfruttare i blocchi, uomini che trovano il canestro regolarmente e in più modi. Le spaziature sono sempre ineccepibili e le sue percentuali intorno al ferro strabilianti (72% per Hoop-Math). Sembra proprio impossibile proporle match-up indigesti senza incorrere nella classica coperta corta, tante sono le soluzioni a disposizione degli Zags. Nemmeno imporre un determinato ritmo dà veri effetti: che si corra o che si ragioni, Gonzaga trova sempre la propria via. Sempre per Hoop-Math, è prima nella Ncaa per eFG% sia in transizione (65.9) che contro la difesa schierata (58.5). Semplicemente devastante.

Se l’attacco è primo in D-I per Adj. Efficiency, la difesa è quinta: una combo micidiale di cui, recentemente, prima Creighton e poi USC hanno pagato le spese. La versatilità degli Zags e i loro cambi creano problemi, anche perché nessuno risparmia energie.

Punti di debolezza

Ah, trovarne! I Trojans avrebbero potuto proporre temi scomodi grazie alla loro difesa a zona e, sui due fronti, con la loro coppia di lunghi. Ne sono usciti comunque con le ossa rotte. Se sul piano tecnico non sembrano esserci dunque veri punti deboli, resta quello mentale. La pressione del trovarsi a un passo da un traguardo storico (sia per il programma che per il college basketball in generale) può giocare brutti scherzi? In teoria è possibile, ma vedendo come Gonzaga ha approcciato le Elite Eight è davvero difficile da immaginare.

Giocatori

Jalen Suggs (PG – Fr). Se in campo gli avversari di Gonzaga devono tenere d’occhio tutti – ma tutti tutti – fuori è di solito lui quello che attira di più l’attenzione, essendo il miglior prospetto della squadra e un candidato alle primissime chiamate del prossimo Draft.

Non proprio un mostro d’efficienza nei primi tre turni (pur riuscendo a trovare il modo di fare la differenza), mentre alle Elite Eight ha finito per flirtare con la tripla doppia (18 punti, 10 rimbalzi, 8 assist): inarrestabile in contropiede come suggeritore e come terminale, poi ottimo contro la difesa schierata nel trovare spazi da attaccare sia con tagli che dal palleggio.

Suggs dispone di una forza fisica non comune per qualcuno del suo ruolo, visione di gioco e abilità di passaggio indubbiamente d’élite ed è uno scorer tanto furbo quanto in grado di farsi largo in area con facilità. Il tiro dalla distanza non c’è sempre (33% in stagione), ma sa mettere canestri complicati e ha il il carattere per infilare quelli che contano (chiedete a BYU, messa al tappeto nella finale della WCC proprio dalla sua clutchness). Se Gonzaga dovesse mai ritrovarsi in finali punto a punto, c’è lui che non vede l’ora di mettere la stoccata decisiva.

Andrew Nembhard (PG – Jr). Il liberi tutti dato ai transfer quest’anno è stato una manna per lui (niente sosta ai box) e soprattutto per Gonzaga, che si è permessa il lusso di aggiungere un altro ball handler di livello a un roster già estremamente ben assortito. Si parla poco di lui, eppure è capacissimo di ergersi a protagonista, di contribuire in entrambe le metà campo e di essere straefficiente (4.75/1 il suo assist-turnover ratio al Torneo).

Joël Ayayi (PG/SG – Jr). Coltellino svizzero o collante di lusso, chiamatelo come preferite: Ayayi è l’uomo dalle mille risposte. Da giocatore cresciuto col pallone in mano a guardia la cui pericolosità offensiva è ormai indifferentemente alta tra on e off the ball, il francese è un tiratore in crescita (38.5% da tre in stagione), un difensore estremamente versatile e un incredibile rimbalzista per qualcuno del suo ruolo (7.1 di media).

Corey Kispert (SF – Sr). Leader carismatico, ambasciatore del programma (parola di coach Few) e chiave di volta dell’attacco. Il suo spostamento abituale nello spot di 4 ha permesso alle tre guardie appena citate di scatenare il proprio potenziale, mentre lui contribuisce grandemente a garantire spazi da attaccare grazie alla minaccia del suo tiro da tre: 45.3% in stagione su 6.4 tentativi, 15/30 nelle quattro partite del Torneo.

Drew Timme (PF/C – So). Baffo importante e fondamentali che lo sono anche di più. È stato incredibile in questo Torneo (30 punti contro Oklahoma, 22 contro Creighton, 23 contro USC) e nessuno sembra trovare contromisure al suo gioco in post basso e dal pick and roll. Ad aggiungere ulteriore pericolosità alla sua presenza (e all’attacco di Gonzaga in generale) ci sono poi la sua unselfishness e visione di gioco: 17 assist serviti nelle ultime 4 gare.

Anton Watson (PF/C – So). Da due mesi è fuori dallo starting five (per lasciare spazio alla Death Lineup), ma il suo contributo dalla panchina risulta spesso prezioso per dare un bel giro di vite in difesa: 2 recuperi di media in 18.8 minuti al Torneo.

Aaron Cook (PG – Sr). Settimo nelle strette rotazioni di Gonzaga, il grad transfer da Southern Illinois porta tiro da tre (non un cecchino, ma è a 5/8 nel Torneo) e ottima difesa sugli esterni avversari. L’ideale per far rifiatare le stelle senza perdere colpi.

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