Quote by HBCU, una storia da cambiare con Maker e Williams

In questo momento, la sensibilità di noi bianchi occidentali nei confronti delle problematiche della minoranza afroamericana negli USA si sta facendo più acuta. Il tappo fatto saltare dall’omicidio di George Floyd ha fatto fuoriuscire un geyser di rabbia che si è riversato in strada. L’obiettivo è far capire all’establishment americano non solo che Black Lives Matter, ma che gli afroamericani sono e vogliono essere riconosciuti come parte integrante della società americana. 

Questa nuova ondata di protesta ha riportato alla ribalta diversi saggi o prodotti audiovisivi che riguardano il tema. Tra questi, c’è XII Emendamento di Ava DuVernay, una pietra miliare in questa materia. Tra le tante personalità presenti nel documentario, c’è Kevin Gannon, professore di storia a Grandview University, che spiega come gli afroamericani, a differenza dei bianchi americani discendenti di immigrati europei, siano il prodotto di una storia che i loro antenati non hanno scelto. Per cambiare ciò, serve prima di tutto capire questo meccanismo. Ragazzi come Makur Maker e Mikey Williams, due prospetti in odore di college, sembrano averlo capito.

Che cos’è una HBCU?

Ma facciamo ordine. HBCU è l’acronimo per Historical Black Colleges and Universities, ovvero quelle università fondate nel periodo circostante alla Guerra di Secessione, create per ammettere unicamente afroamericani. Sono passate dall’essere private all’esser pubbliche, hanno accolto intellettuali ebrei scappati dalle persecuzioni europee (Albert Einstein insegnò a Lincoln University, la seconda HBCU più anziana d’America), hanno iniziato ad interessarsi allo sport, senza attirare nessuna stella di colore, e nel loro piccolo sono diventati piccoli santuari di diversità negli USA (qui la lista completa delle università). Nel 1964, arriva la svolta: il Civil Rights Act, promosso da Martin Luther King, soppianta il vecchio sistema segregante creato da Jim Crow e distrugge ogni distinzione razziale nella nazione.

In più, grazie all’Higher Education Act, si sarebbero equiparati i fondi federali tra le università bianche e quelle nere. La verità è piuttosto diversa e la reazione che l’establishment bianco ha avuto all’ondata riformista degli anni ’60 è stata quella di creare un nuovo sistema che limitasse la parità e l’equità tra le due anime dell’America. Uno studio recente ha dimostrato che, tra il 2010 e il 2012, i cinquantasette milioni di fondi federali destinati alle diciotto HBCU pubbliche non siano mai arrivati alle loro casse. Casse che non sono rimpinguate né da booster facoltosi, né da grandi sponsorizzazioni. Uno dei settori colpiti all’interno dell’università è il programma atletico.

Senza fondi per reclutare e per costruire strutture adatte e moderne per i giocatori, i programmi sportivi delle HBCU non hanno mai vinto un titolo nazionale nel football, dove giocavano un bowl a parte, dedicato a loro, o nel basket, dove sono addirittura ammassate nelle due peggiori conference di tutta la Division I, la SWAC e la MEAC. Inoltre, a causa dei bassissimi voti accademici ottenuti dalle università, ventidue HBCU’s sono state bannate dalla offseason 2020-21. Senza gli introiti derivanti dalla March Madness o da un bowl del football, creare un solido programma atletico è quasi impossibile. 

Come si ribalta la situazione? 

Mo Williams, Makur Maker e Mikey Williams sono i tre nomi, legati al college basketball, che potrebbe scuotere le radici di questo sistema. L’ex campione Nba è diventato l’allenatore di Alabama State, dopo una parentesi da assistente del suo vecchio coach Mark Gottfried in California. Sul tramonto della sua carriera, ha creato la sua squadra AAU, attirando diversi prospetti come Emmanuel Mudiay, PJ Washington o Malik Newman. Un’esperienza che gli è stata utile per capire con che tipo di persone dovrà interfacciarsi in questo tipo di carriera. Gli Hornets versano in uno stato di indigenza totale: cinque stagioni perdenti di fila, 8-24 nel 19-20, non hanno un campo di allenamento per il basketball e sono una di quelle ventidue università bannate. L’aura intorno al suo nome potrebbe portare interesse nei giovani prospetti in cerca di college. Ma c’è un giovane prospetto cinque stelle che ha scelto una HBCU ed è Makur Maker (cugino di Thon che gioca in Nba) che ha scelto Howard University, una delle migliori HBCU a livello accademico, nonostante avesse offerte da Kentucky o UCLA. Maker è stato l’apripista in questo senso. È stato il primo ad interessarsi alle università di tradizione nera, andando a visitare Howard (convincendo anche Joshua Christopher a farlo) ed è stato il primo ad andarci poi. 

Ma di che movimento sta parlando? Vi ricordate il discorso di Shabazz Napier dopo le finali del 2014 e di tutto il discorso sul pagamento degli atleti? Ecco, il 56% degli student-athlete del college basketball sono afro-americani e, tra loro, ci sono i più influenti, ovvero quelli che generano più soldi che vanno a finire nelle casse delle università. Ma questa storia la sapete già.

La sociologa Jasmine Harris si è chiesta, però, cosa succedesse se un giocatore come Mikey Williams, che ha mostrato interesse con un tweet nei confronti delle HBCU’s, andasse realmente in una di queste università, invece che nella Duke di turno? Harris ha collegato Williams a Zion Williamson, una figura che generava cinque milioni di dollari, biglietti, partite in diretta nazionale e accordi commerciali, nel suo anno a Duke.

L’arrivo di un giocatore come Williams ad HBCU potrebbe portare quel tipo di cifre ad un’università carente a livello di fondi. Williams, dopo il primo anno di high school, è a 2.2 milioni di follower su Instagram (numero raggiunto da Williamson “solo” a gennaio dell’anno a Duke), è una Tik Tok sensation (sempre con il suo brand Mikey), è uno dei giocatori più influenti su Instagram ed è già, insieme a Emoni Bates, the Next Big Thing del basket americano. Immaginando uno sviluppo alla Williamson in questi tre anni (sempre che non vada in Nba), se Mikey Williams dovesse andare in una di queste università (l’hanno già contattato Tennessee State, Norfolk State e Texas Southern) potrebbe cambiare le regole del gioco.

In conclusione, nella serie Tv Netflix Hollywood, lo showrunner Ryan Murphy fa una sorta di revisionismo storico, chiedendosi come sarebbe cambiata l’industria hollywoodiana se, nel secondo dopoguerra, si fossero sfondate le barriere e dato possibilità a minoranze etniche o di genere. La riflessione che viene fuori è quella che le persone che detengono il potere  di cambiare effettivamente lo status quo, per mille ragioni, non lo usa a questo scopo. Vedere due giovanissimi afroamericani, come Maker che Williams, essere consapevoli del peso delle loro decisioni potrebbe portare al ribaltamento che Kevin Gannon, nel documentario XIII Emendamento, ha prospettato.