Quote by Il caso di Dottor Jarrett e Mister Culver

“Avevo il sogno di andare in altri posti, posti più grandi. Appena arrivato, coach Beard mi ha parlato e ho sentito che era questo il posto migliore per me”

Jarrett Culver sognava di diventare grande altrove, lontano dalla sua Lubbock. Magari a Dallas, città da cui si è trasferito quando era piccolo, o Austin, sede di Texas University che aveva cercato di reclutarlo. Invece, è stato il primo giocatore ad esser stato chiamato e reclutato da coach Chris Beard, appena arrivato a Texas Tech. “Pur essendo di Lubbock (sede di Texas Tech), Beard mi ha voluto fortemente e mi ha reclutato”perchè il suo profilo corrispondeva tatticamente e filosoficamente a ciò che Beard cercava.

Nato in una famiglia unita e religiosa (il padre Hiawatha è reverendo), ha visto sempre i suoi fratelli maggiori JJ e Trey come modelli. Infatti, ha iniziato a giocare a basket proprio grazie a loro, ammirando da lontano le loro gesta nei playground dell’arida Texas.

 

Cresciuti, tutti e tre hanno proseguito insieme la carriera alle high school, per poi prendere vie differenti: JJ poi si è accasato al programma di basket della vicina Wayland Baptist (università del circuito NAIA) e Trey è andato a Texas Tech nel programma di atletica, dove ha vinto tre volte il titolo della Big 12. Proprio la scelta di Trey ha  condizionato quella di Jarrett, e insieme hanno condiviso anche questi due anni a Lubbock. Ora Trey si è trasferito ad Indianapolis per allenarsi con la nazionale statunitense di atletica e Jarrett, stando alle sue parole, sta sentendo la mancanza del fratello, anche se in realtà la differenza in campo si nota poco. 

Jarrett a sinistra, Trey al centro e JJ a destra

La sua stagione da freshman è stata sorprendente, ma fuori dai radar. Fa parte di quella che molti media vicini ai Red Raiders definiscono la miglior classe di reclutamento della storia dell’ateneo e lui, insieme a Zhaire Smith, è stato la punta di diamante. Nella storica stagione dello scorso anno (prima Elite Eight dell’ateneo), è partito venti volte da titolare, ha giocato tutte le partite, mostrando una sicurezza nello stare in campo rara da trovare in un giocatore al primo anno. Smith, infatti, durante la March Madness dichiarò: “Non penso che abbiamo mai giocato da freshman in questa stagione”, quasi a voler testimoniare la straordinarietà del rendimento dei due. Mentre Keenan Evans e Smith si prendevano i riflettori e gli applausi dei Gm Nba, Culver rimaneva in silenzio, difendeva e aspettava che la palla arrivasse da lui (38% da tre con 4 triple di media, il 96% delle quali assistite)

Questo approccio lo ha portato a superare il record di maggior punti segnati da un freshman di Texas Tech, superando di due punti il precedente record di 413 di Martin Zeno, limite superato anche da Smith arrivato a 417. Nessuno però si aspettava un’esplosione del genere nella seconda stagione da sophomore, tanto fragorosa da portarlo al quarto posto nell’ultimo ranking di KenPom per National Player of the Year e renderlo una possibile lottery pick (sarebbe la terza prima scelta di TT dopo Tony Battle e Smith). Ma che tipo di giocatore è Culver?

Lucidità e pazienza

Partiamo dal fisico: noi sposiamo la teoria di The Stepien, la quale ipotizza che non abbia ancora finito di crescere e già adesso potrebbe non essere effettivamente 6’5 (196 cm), come listato nel sito dell’università, ma qualche centimetro più alto, intorno al 6’6/6’7. Questo in Ncaa non cambia nulla perché Culver rimane un’ala dal fisico sopra media, ma in ottica Nba potrebbe fare tutta la differenza del mondo, soprattutto se si parla in termini di versatilità difensiva. In attacco, i suoi numeri crudi sono 19+6+4 con il 54% dal campo e il 38% da tre a partita ma, se andiamo a vedere la sua efficienza e la sua distribuzione, balza subito all’occhio che tipo di attaccante è.

P&R Ball handlingSpot upIsoOff screen
Freshman9,8%, 0.67 PPP, 32nd percentile31,8%, 1.15 PPP, 88th percentile10,3%, 0.52 PPP, 12th percentile9,6%, 1.10 PPP, 73th percentile
Sophomore20,9%, 1.09 PPP, 91th percentile19,3%, 1.21 PPP,86th percentile17,6%, 1.21 PPP, 91th percentile9,5%, 1.43 PPP,92th percentile

Molto lucido e riflessivo, raramente forza la giocata e sa aspettare il momento giusto per attaccare la partita. Il cambiamento della sua distribuzione offensiva (dati Synergy) dimostra le maggiori responsabilità acquistate nel passaggio tra il primo e il secondo anno, come testimonia anche l’aumento dell’USG% (passato da 22 a 30.1). Non attacca il ferro a velocità supersonica o con forza incredibile, anzi il suo stile è molto cadenzato, pieno di finte e giochi con il perno che gli permettono di evitare i contatti con il difensore.

 

Uno dei pregi più evidenti è la capacità di non forzare e di aspettare che il corso della partita venga da lui e non il contrario. Contro Oklahoma, 23 punti con il 61% dal campo, il primo canestro lo ha segnato dopo sette minuti e, una volta sbloccatosi, ha iniziato a martellare la difesa dei Sooners (una delle migliori della nazione) con una varietà impressionante per un ragazzo di 19 anni (20 a febbraio).

 

Questo è il secondo canestro della sua partita e vediamo l’opzione che sfrutta di più: l’attacco con il P&R. Gira velocemente l’angolo del blocco ben fatto da Odiase, capisce che al ferro non può andare perché McNeace lo avrebbe chiuso, quindi si prende lo spazio con lo step back e segna. La sua meccanica di tiro non è velocissima, gli fa perdere qualche istante di troppo, ma è cosciente di ciò e spesso prende tiri dopo step back o in allontanamento, come questo in isolamento.

 

Ha anche iniziato a esplorare l’opzione “tripla dal palleggio”. Non la prende ancora con sicurezza e frequenza (il 60% delle 53 triple prese fin qui sono assistite), ha un movimento ancora poco fluido e lento, ma sa punire lo sbaglio di un difensore svogliato come Barrett che gli concede spazio.

 

Come detto, il punto di forza di Culver è la capacità di non forzare, che si traduce in una capacità di analizzare velocemente ciò che la difesa gli concede e cosa gli impedisce. È frequente vedere le difese collassare su di lui dopo un pick&roll o stare già in pre-rotazione quando lui ha la palla in mano e, per questo, diventano fondamentali i tiratori da tre come Davide Moretti (grande connection tra i due), Matt Mooney e Deshawn Corprew. In questo video, vediamo una tecnica nel passaggio non banale, un cambio di programma al volo perché la difesa di Barry Brown Jr. era stata eccellente, e la capacità di districarsi anche in situazioni in cui la difesa gli è addosso con due/tre difensori.

 

Va in enorme difficoltà contro difensori fisici e tenaci come Nick Weiler Babb o Barry Brown Jr. o anche quando il lungo di turno, Owens o Odiase, non blocca abbastanza bene da regalargli un vantaggio. La difficoltà va ricercata nella poca esplosività nella parte superiore del corpo. Soffre il difensore che gli mette le mani addosso e gli toglie il tempo per analizzare la difesa, soffre quello che passa forte sopra il blocco e sbatte contro il lungo verticale sotto canestro. Nonostante ciò, tira al ferro con il 67%, grazie ai vantaggi presi, alle finte e a una sensibilità nel tocco di alto livello. In ottica Nba, però, è la pecca maggiore, insieme al rilascio lento. Fortunatamente per lui, è un difetto che si può migliorare. Ha delle spalle sufficientemente larghe da permettere di aggiungere chili nei pettorali, che lo faciliterebbero ancora di più nel fare canestro e di non perdersi nei momenti caldi della partita.

Istinto e irruenza

Se parliamo del lato difensivo, prendete tutti i discorsi sulla riflessività e la calma, li accartocciate e provate ad imitare la meccanica di tiro di Culver per buttarli nel cestino. Come nel romanzo di Stevenson, Culver prende una pozione e si trasforma in difensore che si affida all’istinto e alle lunghe leve per fermare l’avversario, anche al costo di farsi battere.

 

Il video qua sopra riassume le principali caratteristiche di Culver: le gambi forti gli permettono di rimanere davanti al difensore, assumendo una posizione corretta di difesa, e ferma la penetrazione. Però si lascia ingolosire dall’ipotesi della rubata, Jamal Bieniemy protegge bene il pallone e lo batte dopo che ormai aveva perso l’equilibrio. La lucida analisi nella metà campo offensiva viene soppiantata da un’irruenza quasi infantile.

La difesa iper-aggressiva voluta da coach Beard è a livelli di élite ormai da due anni (quest’anno primi con 82.8, tre punti su 100 possessi in meno di Virginia). Una difesa che si concentra sulla pressione asfissiante sugli esterni avversari, che porta a molte palle perse forzate (23.9% secondo KenPom) e che tenta di intasare il lato forte portando tutti e cinque i giocatori lì, lasciando qualcosa sull’angolo opposto.

 

Beard cerca giocatori dal profilo di Culver: alti, rapidi, dalla grande apertura alare che possono far muovere la difesa da un lato all’altro senza perdere l’equilibrio. Mentre lo scorso anno, era uno di quei diavolacci indemoniati che perseguitavano i portatori di palla, quest’anno Beard lo lascia riposare. Infatti, nei panni degli invasati sulla palla quest’anno si sono calati Mooney, Moretti e Brandone Francis e Culver spesso accetta il cambio, per andare lontano dalla palla e prendere respiro.

 

Difesa simbolo di Texas Tech: in cinque tutti schiacciati su un lato, Francis nega la tripla in punta, anticipando il movimento, ma così apre la linea di passaggio per Rashard Odomes. Qua si capisce perché Beard ricerca quel tipo di profilo. Culver, con due passi, si piazza davanti al difensore in equilibrio, poi blocca la penetrazione e l’azione si concluderà con un nulla di fatto. Beard scommette sulla capacità dei suoi ragazzi di mantenere alta l’aggressività, pur non perdendo l’equilibrio difensivo.

 

Qua lascia l’onere di difendere su Cartier Diarra a Kyler Edwards, ma la difesa sul pick&roll cola a picco. Quindi il ragazzo ex Coronado High School ruota per difendere il ferro, salta non perfettamente in verticale, ma quanto basta per impedire il comodo appoggio a Diarra e permettere il ritorno di Norense Odiase che stoppa.

L’irresistibile fascino della Nba

Come Dorian Gray sempre attratto dal proprio ritratto chiuso in soffitta, ogni giocatore che esplode in maniera così eclatante in Ncaa è attratto dal fascino ammaliante della Nba. Tutti i siti specializzati di draft, e anche noi, lo posizionano tra la tarda lottery e la fine della top ten. Si inserisce in quel tipo di ali fatto da Kevin Porter Jr, Keldon Johnson, DeAndre Hunter, Nassir Little e Romeo Langford. Chi meglio di Beard può descrivere che tipo di giocatore è?: La fiducia che ho in Jarrett non deriva dal suo talento, dalle sue lunghezze, dal suo atletismo o quello gli addetti ai lavori Nba possono dire o non dire. Viene dalla sua routine giornaliera, dal suo modo di lavorare e di eliminare distrazioni e semplicemente il suo stare in palestra tutti i giorni a lavorare sulle sue abilità”.