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Da Purdue a Bobby Hurley, mani bollenti e panchine che scottano

Autore: Riccardo De Angelis
Data: 6 Dic, 2021

Purdue non smette di vincere e sarà la nuova numero 1 della AP Poll, alla luce della sconfitta di Duke in casa di Ohio State. Le pagelle di questa settimana non può che partire da lei e non può che finire con Arizona State, autrice di una prestazione offensiva orrenda a livelli storici.

 

Purdue. Non ha giocato una partita da 10 contro Iowa, ma la mettiamo lo stesso sul gradino più alto perché sarà incoronata (salvo sorprese) nuova numero 1 del ranking, peraltro meritatamente e per la prima volta nella sua storia. Il mix di tiro (#1 assoluta per eFG% e #2 per percentuali da tre), centimetri, esperienza, varianti tattiche che offrono i Boilermakers è quasi unico e poi hanno Jaden Ivey in rampa di lancio, migliore in campo in entrambi i successi dell’ultima settimana (18 punti contro Florida State e 19 contro i già citati Hawkeyes). Unica cosa: la zone-press attaccata per 40 minuti senza un lungo di riferimento a metà campo lascia perplessi.

Fardaws Aimaq (Utah Valley). Giocatore che ruba i cuori in una squadra che li spezza. UVU ha vinto 7 partite di cui 4 all’overtime ed Aimaq, che viaggia a quota 20.8 punti e 14.8 rimbalzi di media, non poteva che essere protagonista nel trionfo sulla in-state rival BYU. Il lungo dei Wolverines con la barba da Wolverine era l’osservato speciale e l’oggetto di raddoppi frequenti: la sua efficienza al tiro non è stata quella solita, ma questo non gli ha impedito di sfoderare giocate pesanti e di dominare la partita in tanti aspetti. Per lui, alla fine, un tabellino gonfio gonfio da 24 punti, 22 rimbalzi, 4 assist, 3 stoppate e 5 recuperi, oltre a un epico tweet celebrativo (“decided to go cougar hunting last night). Gli occhi della NBA saranno sempre più rivolti verso il 2.11 canadese, anche perché, oltre al dominio d’area, c’è da segnalare un jumper che si sta facendo via via più convincente.

Jaden Shackelford (Alabama). Fosse sempre quello visto contro Gonzaga, sarebbe da primo giro NBA. Energia e presenza fisica pazzesche (9 rimbalzi) e poi tutto quello che vuoi dalla tua guardia in attacco: penetrazioni concluse con fallo, slalom e avversari ubriacati in palleggio e poi 6/8 da tre per un bottino complessivo di 28 punti (career-high eguagliato per la terza volta, non ne faceva così tanti dall’anno da freshman). Le guardie degli Zags gli han preso perlopiù la targa. Impressionante.

Hunter Dickinson (Michigan). Nelle pagelle della scorsa settimana, avevamo descritto Jesse Edwards come àncora alla quale aggrapparsi per Syracuse (e poi è stato così nelle gare seguenti): al lungo gialloblu potrebbe toccare lo stesso compito, in mezzo a un mare altrettanto mosso. I Wolverines faticano nel trovare l’amalgama giusta, in un continuo sali-e-scendi di risultati. All’umiliazione rimediata da North Carolina (-21) è seguita una vittoria netta su San Diego State. E qui Dickinson ha fatto pentole e coperchi: 23 punti, 14 rimbalzi, 3 assist, 3 recuperi, 1 stoppata, corredando il tutto addirittura con un 3/3 dall’arco (prima di sabato era a 1/9 in carriera). Viene da chiedersi se sia solo un caso fortunato o se qui, incredibilmente, abbiamo una risposta – per quanto parziale – al miglioramento delle spaziature di cui Michigan necessita così tanto.

Jabari Smith (Auburn). Sarà il il caso di iniziare ad aprire un fascicolo sull’ala di Auburn, che al momento è alla posizione numero 5 del nostro Super Mock Draft, ma che molti sono convinti possa dare fastidio persino ai primi due, Paolo Banchero e Chet Holmgren, i quali sembravano inavvicinabili fino a poco tempo fa. Alto 208 centimetri con 216 di wingspan, sa andare a rimbalzo e tira con il 43% da tre punti. Occhio ai Tigers nella SEC.

Mountain West. Ci sono solo 12 squadre ancora imbattute nel college basketball e ben due appartengono alla MWC: la sorpresa Colorado State (9-0, ha chiuso la settimana dominando Saint Mary’s) e Wyoming (8-0, miglior partenza del programma dal 2012-13), che rendono la conference sostanzialmente quella più competitiva dopo le Power 6, la AAC e la WCC, rubando (per il momento) una posizione per anni appartenuta alla Atlantic 10. Dal 2017-18 ha sempre mandato due squadre al Torneo NCAA: lo farà anche quest’anno, come minimo.

Taran Armstrong (Cal Baptist). I Lancers sono in D1 da nemmeno quattro anni e ora si ritrovano a ricevere visite in parterre da gente come Mike Schmitz. Il perché risiede tutto nella sua PG titolare, che ha salutato l’analista di ESPN sfiorando una tripla doppia (11 punti, 9 rimbalzi, 11 assist con Cal Poly). L’australiano smazza ben 8 assist a partita, impressiona per il polso (non da matricola) col quale detta i ritmi, incanta con le sue letture dal pick and roll e con passaggi spettacolari, frutto di una visione di gioco speciale. Per alimentare il proprio hype in ottica Draft, dovrà però fare bene nelle sfide coi top team: con Texas ha sofferto (1 assist, 7 perse) e con Gonzaga a metà dicembre dovrà fare di meglio, contorno di squadra permettendo.

Max Abmas (Oral Roberts). Lo avevamo bacchettato dopo l’orrenda gara da 3/18 al tiro con Central Arkansas. Per fortuna, non ci ha messo molto a tornare in sé. In settimana ORU ha vinto due gare e ne ha persa una (in casa di TCU, ci sta ampiamente), con la sua stella finalmente brillante, specie nel successo coi vicini di Tulsa: 38 punti con 2/3 da due, 7/13 da tre e 13/15 ai liberi, dando via anche 6 assist già che c’era. Insomma, immarcabile come nei suoi giorni migliori.

Matt Cross (Louisville). In mezzo alla classifica mettiamo due canestri decisivi per squadre che stanno cercando ancora la loro identità. La tripla un po’ fuori equilibrio dall’angolo contro NC State segnata di Matt Cross, transfer da Miami, è di quelle capaci di svoltare una stagione. La vittoria fuori casa dà un po’ di ossigeno ai Cardinals e a coach Chris Mack, rientrato da poco dopo un una sospensione. L’impatto di Cross per Louisville è notevole, energia, punti, tiro da tre e rimbalzi venendo dalla panchina. Fondamentale

Jayden Gardner (Virginia). Il transfer da East Carolina è la nota più positiva per i Cavaliers, che stanno facendo una fatica incredibile in questo inizio di stagione. L’ala di 2 metri è nettamente il miglior marcatore della squadra e anche il miglior rimbalzista. Se si ferma lui, si ferma Virginia. Non gli diamo un voto più alto solo perché la squadra non brilla, ma il suo canestro Kawhi-style che he regalato la vittoria contro Pittsburgh non poteva non entrare nelle nostre pagelle.

Jabari Walker (Colorado). Dal sophomore ci si aspetta un salto di qualità tale da farne il nuovo leader della squadra e un serio nome da primo giro al Draft. La qualità c’è, senza dubbio, ed è tutta all’insegna della modernità (2.06 atletico e versatile che può dominare i tabelloni e anche tirare da lontano), ma la settimana appena passata non lo ha aiutato molto nel far girare di più il proprio nome. A un losing effort notevole da 22 punti e 11 rimbalzi contro UCLA è seguita infatti una prova incolore contro la difesa di Tennessee (10 punti con 3/9 dal campo), lasciando la vittoria agli avversari e le luci della ribalta a un altro prospetto NBA, Kennedy Chandler (27 punti).

Il pubblico di Weber State. La squadra è la più promettente vista lì da qualche tempo a questa parte, inizia alla grande, arriva la prima gara di conference season e… gli spalti sono vuoti. Avere 2500 persone a guardarti non è male per tante mid-major, ma non per Weber State, che ha un impianto da 11.500 posti ed è abituata a ben altre atmosfere: nelle ultime stagioni pre-Covid, infatti, l’affluenza media annuale era vicina ai 7mila spettatori. Koby McEwen, stella dei Wildcats, non ci sta: tira le orecchie ai supporter su twitter, li chiama a raccolta e s’impegna anche a regalare biglietti insieme al compagno Dillon Jones per la partita successiva. Risultato: 3900 spettatori. Meglio, ma non bene. Davvero c’è così tanta scelta per l’intrattenimento a Ogden, Utah?

Oregon State. Gli osservatori ragionevoli non si aspettavano che i miracoli fatti l’anno scorso (vittoria al torneo della Pac-12 e raggiungimento delle Elite Eight) avrebbero trovato continuità in una squadra con uno starting five rinnovato per tre quinti. I Beavers però si stanno comportando in modo persino peggiore rispetto alle previsioni più tiepide. Dopo aver vinto la prima gara dell’annata, hanno inanellato un filotto di 8 sconfitte, compreso un -12 rimediato giovedì con la modesta Cal. I giornalisti che l’avevano votata #4 nella preseason poll della conference meriterebbero un voto anche più basso qui (noi almeno non ci eravamo spinti oltre la #7).

Randy Bennett e il finale di Utah State-Saint Mary’s. Il coach dei Gaels è abbastanza noto per essere un po’ un personaggio. E non proprio nel miglior modo possibile. Bravo lui a strappare una “W” nell’inferno di Utah State, ma il finale convulso, segnato da una chiamata arbitrale tanto decisiva quanto discutibile, richiedeva un minimo di aplomb da parte sua, poi, al momento delle strette di mano. Invece Bennett, pur essendo quello che l’ha vinta, ha perso le staffe col collega Odom (visibilmente più calmo) nel giro d’un paio di parole scambiate, lasciando la scena a passo svelto e agitando il pugno ironicamente all’indirizzo del pubblico di casa. Incorreggibile.

Penny Hardaway (Memphis). Le stelle non brillano, la squadra gioca in maniera atroce e ha una striscia aperta di tre sconfitte. In settimana, i ko sono giunti contro una mediocre Georgia e un’abbordabile Ole Miss. Insomma, potete stare certi che i Tigers rimarranno fuori dalla Top 25 adesso. Tutto qui? No. Perché il coach ha deciso di lavare i panni sporchi in pubblico dopo l’ultima sconfitta, puntando il dito contro i veterani del roster, rei di non aiutare i nuovi. Magari ha ragione, ma è questo il modo migliore di affrontare una situazione critica?

Devonaire Doutrive (Boise State). Dopo A.J. Bramah, un’altra testa eccellente che salta nella Mountain West. Questa è la seconda volta che Doutrive viene allontanato da una squadra (la prima fu ad Arizona). Non sono state fornite spiegazioni specifiche, ma coach Leon Rice aveva già fatto capire in precedenza che qualcuno nel roster stava remando in direzione contraria. Il 22enne di Dallas avrà ancora dell’eleggibilità da spendere, se vorrà rimanere nella NCAA: a questo punto, però, la sua prossima destinazione sarà una molto più modesta di quelle che si potevano immaginare anni fa quando lui si fregiava dell’etichetta di prospetto 4-star.

Bobby Hurley (Arizona State). Il suo collega di Maryland, Mark Turgeon, era sulla hot seat proprio come lui e, a sorpresa, ha deciso di salutare la compagnia a stagione appena iniziata. Difficilmente vedremo una mossa simile da parte di coach Hurley, ma la sua permanenza a Tempe pare ormai agli sgoccioli. E no, la vittoria a sorpresa di domenica sul campo di Oregon (altra formazione malandata) non basta ad alleggerire la sua situazione. È stato sfortunato, perdendo dopo solo tre gare un potenziale 1st Team All-Conference come Marcus Bagley (ancora non si sa quando tornerà), ma questo non giustifica lo 0-5 che ne è seguito e, soprattutto, l’incredibile record stabilito con Washington State: 29 (VENTINOVE) punti segnati, peggior prestazione offensiva dei Sun Devils dal 1946 (9/31 da due, 3/26 da tre, 2/8 ai liberi). A rendere nerissima la situazione di Hurley non ci sono solo i risultati, ma anche la politica: ASU, infatti, sta vivendo un periodo di grosse frizioni tra fanbase e dipartimento atletico per questioni riguardanti il football, ma che potrebbero investire lateralmente la panchina della pallacanestro. Insomma, spiragli di luce non se ne vedono.

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