Numero 1 della nazione, imbattuta e dominatrice assoluta della Big East: questa è Uconn, la miglior squadra della Ncaa donne. E Blanca Quiñonez al suo primo anno con le Huskies dopo le giovanili a Campobasso sta dimostrando non solo di poter giocare a questo livello, ma anche di poter fare la differenza come una delle pedine migliori in uscita dalla panchina a disposizione di coach Geno Auriemma.
In questa intervista ci racconta come la fiducia dello staff e il ruolo che le è stato affidato le stiano permettendo di crescere partita dopo partita, con sicurezza e consapevolezza del suo talento sempre maggiori, in uno dei programmi più prestigiosi del college basket.
Sette volte freshman of the week, 10 partite in doppia cifra, terza marcatrice della squadra. Ti aspettavi di avere da subito un impatto del genere?
Onestamente era quello che volevo, ma non sapevo quando sarei riuscita a essere davvero incisiva per la squadra. Le mie aspettative erano alte, però sapevo che mi sarei dovuta adattare al loro gioco e ritrovare la stessa confidenza che avevo in Italia. Penso che le mie compagne, coach Auriemma e tutto lo staff abbiano fatto un grande lavoro per aiutarmi, farmi sentire. tranquilla e mettermi nelle condizioni di esprimermi al meglio.
Dopo le prime due partite, con pochi punti e qualche palla persa, qualcuno aveva detto che forse non eri pronta per quel livello. Poi però tutto è cambiato. C’è stato un momento preciso che ha fatto scattare qualcosa in te?
Come squadra non guardiamo molto i social. In realtà non c’è stato un momento preciso; è stato piuttosto un percorso di adattamento. All’inizio avevo tanta energia e voglia di fare, e questo mi portava a giocare troppo in fretta. Sto lavorando per avere più equilibrio e pazienza. Lo staff mi aiuta molto in allenamento, soprattutto nella gestione della palla e, partita dopo partita, cerco di imparare dagli errori e fare meglio.
Dalla nostra intervista di luglio, prima dell’inizio di questa avventura americana, a oggi quanto senti di essere cambiata come giocatrice?
La differenza più grande è stata nella fiducia e nella gestione delle situazioni in campo. È un percorso graduale, ma ho fatto passi avanti e il ruolo che mi è stato affidato fin dall’inizio mi ha dato sicurezza e responsabilità.
In effetti sin dai primi match coach Auriemma ti ha dato subito molto spazio. Che rapporto hai con lui?
Quando mi ha parlato per la prima volta è stato molto chiaro: mi voleva in squadra. E già questo per me è stata una grande dimostrazione di fiducia. Da lì ho cercato di ripagarla ogni giorno in allenamento, meritando lo spazio che mi ha dato fin dall’inizio. Il nostro rapporto si basa su fiducia e responsabilità: mi chiede sempre qualcosa in più, perché sa che posso darlo.

Circolano davvero delle leggende a riguardo, come sono gli allenamenti di coach Auriemma?
Gli allenamenti sono molto intensi, a volte più delle partite. Il ritmo è altissimo e la pressione costante: serve grande disciplina e concentrazione. Geno è esigente, non pretende la perfezione ma ci spinge ad avvicinarci ogni giorno. È questo che ci prepara a competere al massimo quando conta.
Come vuole che giochiate coach Auriemma e come si traduce in partita quello che provate in allenamento?
Tecnicamente, il nostro gioco parte sempre dalla difesa. Geno è molto esigente su questo: ci alleniamo con “azioni senza stop” per migliorare il recupero, difendere con intensità e trasformare ogni azione in un’opportunità per segnare. L’attacco nasce da lì. Lavoriamo tanto anche a metà campo per capire spazi, movimenti e conoscerci meglio. È un aspetto fondamentale per arrivare pronte a marzo, sapendo sempre cosa fare e creando quella chimica che in campo fa la differenza.
E tu in quali schemi ti sei trovata meglio e quali ti hanno dato più difficoltà?
Gli schemi in sé non sono stati difficili, In Italia si fanno schemi simili. Inoltre, imparo in fretta guardando e memorizzando le situazioni. La vera differenza è stata la libertà con cui giochiamo qui, soprattutto nei duelli uno contro uno: devi essere molto agile e pronto in ogni momento. Poi c’è l’intensità e la fisicità, molto più alte rispetto all’Italia. Passare da giocare contro persone più grandi ma meno veloci – come mi capitava nella serie A italiana – a questo ritmo è stato il cambiamento più grande per me.
Con chi hai legato di più in squadra?
Quest’anno sono arrivate cinque ragazze nuove – tra cui io – e con il tempo la fiducia e il rapporto tra di noi si è rafforzato. Ci conosciamo meglio, anche in campo, e capiamo cosa vuole fare l’altra. Personalmente mi hanno fatto sentire davvero a casa, posso contare su di loro, sullo staff, su chiunque per qualsiasi cosa. Se devo dire con chi sono più legata, direi Jana El Alfy, Sarah Strong e Azzi Fudd, ma in realtà parlo e ho confidenza anche con le altre.

E a livello di squadra, chi è la vera leader che vi trascina nei momenti difficili?
Secondo me Sarah (Strong) è la leader principale. Ha un IQ cestistico molto alto e grande fiducia in se stessa, e questo le permette di avere un ruolo da leader in campo. Con lei penso che tutti siano più presenti nei momenti in cui serve qualcuno a guidare la squadra. Azzi (Fudd), invece, non parla tantissimo, ma quando lo fa è chiara e sa cosa dobbiamo fare.
Tra un mese inizierà la March Madness. Per te sarà la prima volta: sei emozionata per questo debutto?
Sono davvero felice e entusiasta di arrivare fin qui. Allo stesso tempo sappiamo che c’è tanto su cui lavorare. La pressione c’è, ma ci concentriamo sulle partite di adesso, sugli allenamenti e sul migliorare ogni giorno. Arrivare a quel momento sarà un’emozione grandissima, indimenticabile.
In un’intervista di qualche anno fa, Gabby WIlliams – ex UConn – mi aveva detto che a Uconn le Final Four sono l’obiettivo minimo da raggiungere. Sentite questa pressione?
Sì, è vero. Ma la pressione non è in termini di Final Four. La sentiamo ogni giorno in allenamento, perché ci viene chiesto di dare sempre il massimo e mantenere certi standard. Questo ci prepara al momento cruciale, così quando arriva la vera pressione non ci coglie impreparate.
Fino ad ora l’unica vera sfida l’avete avuta contro Tennessee. Pensi che sia un limite nella vostra preparazione avere delle partite di conference molto semplici?
In realtà no. Le partite tirate ti aiutano a prepararti ai momenti difficili, mentre quelle più tranquille ti permettono di lavorare su dettagli e migliorare. Tutto serve per crescere come squadra.
Ci sono squadre che non vedi l’ora di affrontare?
Non ci concentriamo troppo sugli avversari, ma su di noi: migliorare, lavorare e dare il massimo. Ogni partita è una sfida, qualsiasi sia l’avversario.
Però un nome non me lo fai?
Non posso (ride).
Qual è la tua giornata tipo?
Al mattino ho lezione, poi allenamento, lavoro individuale, video di squadra o preparazione alla partita successiva. Allenamenti e pesi occupano circa due ore e mezza. Per le freshman c’è anche la sala studio dove fare compiti o prepararsi, quindi il ritmo è intenso, ma ne vale la pena.
E quando avete una partita?
Quello dipende molto se giochiamo in casa o fuori. Quello che non cambia sono le sessioni di pesi dopo ogni partita. Non importa a che ora finiamo o a che ora rientriamo. Per esempio, dopo la partita contro USC a Los Angeles, dopo più di cinque ore di viaggio, siamo andate in palestra a fare pesi. Non si sfugge.
Come riesci a conciliare studio e allenamenti?
Cerco di dare il massimo in entrambe le cose. All’inizio la lingua è stata un po’ difficile, soprattutto leggere e scrivere in inglese, ma adesso va meglio.
Ammettilo: l’italiano è più facile?
Decisamente sì. Fortuna che parlo sempre con i miei amici in Italia e anche coach Geno qualche volta prova a parlare in italiano con me! (ride quando ci pensa).
Chiudiamo con il tuo bilancio finora di questa esperienza americana.
Penso che tutto faccia parte di un processo. Essere arrivata qui è solo l’inizio di un nuovo percorso. Il meglio che puoi fare è lavorarci sopra ogni giorno e vedere cosa ti riserva il futuro.


