Indianapolis, 6 aprile 2026. Una pioggia di coriandoli cade dal soffitto del Lucas Oil Stadium per celebrare il trionfo di Michigan. Dusty May osserva i suoi giocatori esultare sul parquet: dopo trentasette anni di attesa, la sua squadra torna finalmente a sollevare il trofeo. I ragazzi salgono uno alla volta sulla scala a pioli per portare a casa un piccolo frammento della retina del canestro come una medaglia. Si chiude così l’87/ma edizione della March Madness. Un evento che va ben oltre al solo mondo sportivo e che rappresenta una storia sociale americana nata tra palestre di provincia e finita col conquistare l’attenzione di un’intera nazione per tre settimane. Ecco come è andata.
Le origini e la Madness
Le radici di questa competizione affondano in un passato in cui il basket collegiale era solo uno sport e non una macchina da milioni di dollari. Il 27 marzo 1939, a Evanston, si disputò la prima finale tra Oregon e Ohio State. Il punteggio finale di 46 a 33 racconta una pallacanestro di altri tempi, fatta di giocate lente e movimenti ben studiati. Gli Oregon Webfoots, passati alla storia come “Tall Firs” per l’eccezionale altezza dei giocatori si aggiudicarono la vittoria davanti a una platea che ignorava di essere testimone della nascita di un fenomeno epocale.

Allora le squadre erano soltanto otto, selezionate in modo quasi pionieristico. Partecipare non era una questione di algoritmi complicati, ma di diplomazia. Harold Olsen, l’ideatore del torneo, dovette letteralmente convincere i college a snobbare il prestigioso NIT di New York, mentre comitati regionali di allenatori decidevano gli inviti in base alla reputazione locale. Fu un salto nel buio che nel 1939 costò oltre duemila dollari di perdita, ripianati dai dirigenti stessi. Gli atleti viaggiavano giorni in treno per una sola partita, spinti solo dall’idea, allora assurda, di incoronare un unico campione nazionale.
Mentre il prestigio cresceva, anche il numero delle contendenti aumentava. Dalle prime otto squadre degli anni Trenta si passò alle sedici partecipanti nel 1951, raddoppiando ancora nel 1975 fino all’esplosione dei 64 nomi impressi sui tabelloni del 1985. Nel nuovo millennio, però, il torneo decise di includere anche poche altre squadre che restavano escluse. Fu introdotto un turno preliminare nel 2001 e nel 2011 altre tre gare inaugurarono i First Four. Quel momento fissò la struttura di 68 squadre che si giocano l’accesso all’unica notte che conta sotto i riflettori della nazione, un format che quest’anno è cambiato ancora. I soldi provenienti dai grandi broadcaster americani e la spinta delle conference più importanti hanno portato ad aumentare a 12 le partecipanti dell’opening round che dà l’accesso al tabellone principale, che continuerà ad ospitare 64 squadre.
Ma perché “Madness”? Il nome non viene dal college, ma dalle palestre liceali dell’Illinois. Henry Van Arsdale Porter, un dirigente appassionato di scrittura, nota qualcosa di strano tra i tifosi locali: gli spettatori sembrano perdere la testa mentre giocano e guardano le partite. Nel 1939 pubblica un articolo intitolato proprio “March Madness”, dedicato a quell’entusiasmo che portava i ragazzi a “correre, saltare e lanciare sotto canestri di corda” Porter arriva a scrivere anche una poesia “Basketball Ides of March”, dedicata a quella strana febbre che colpisce gli spettatori in marzo: “un tocco di follia a marzo può rivelarsi il miglior alleato della nostra ragione, aiutando la società a non perdere l’equilibrio”. Per decenni quel marchio appartiene solo all’Illinois. Poi, nel 1982, il commentatore Brent Musburger pronuncia quelle parole durante una diretta televisiva nazionale e la definizione resta incollata per sempre al basket universitario.
Svolte cruciali
Proprio l’anno 1982 segnò un’altra pietra miliare nella storia del college basket: la nascita del torneo femminile. In quell’anno la NCAA organizzò il primo campionato ufficiale dedicato alle donne, prendendo il posto dell’AIAW, competizione che per 10 anni aveva assegnato il titolo di campione nazionale. Le Lady Techsters di Louisiana Tech furono le prime a sollevare il trofeo, al termine di una partita giocata solo 24 ore prima della finale maschile. Per decenni, tuttavia, l’uso del marchio “March Madness” rimase una prerogativa esclusiva dei tornei maschili. Fu solo nel 2022 che la NCAA decise finalmente di unificare la narrativa, riconoscendo anche ufficialmente il titolo di “March Madness” al torneo femminile. Questo cambiamento, risposta obbligata alle accuse di “double standard” alla NCAA, va al di là della semplice questione semantica. Riflette infatti la sempre maggiore popolarità del basket femminile statunitense, esploso poi durante l’era di Caitlin Clark e Paige Bueckers.
La storia della manifestazione è piena di interventi per regolarla e svolte impreviste. Alla fine degli anni Sessanta, Lew Alcindor — oggi Kareem Abdul-Jabbar — sembrava talmente immarcabile sotto canestro da costringere i legislatori della NCAA a una mossa disperata. Nel 1967 venne così vietata la schiacciata, poiché considerata antisportiva. Tale bando, durato dieci anni, nacque con l’intento di limitare il potere fisico del centro di UCLA ma finì per incentivare il tiro da fuori, creando una generazione di grandi tiratori. Come Larry Bird.
Nel 1979, la finale tra Michigan State e Indiana State mise a confronto Magic Johnson e Bird. Quel duello resta tuttora la partita più seguita di sempre. Il pubblico non stava semplicemente osservando due squadre, ma stava assistendo alla creazione del basket moderno, trasformato da passatempo universitario a evento globale di consumo di massa.
Tutti i record della Madness
Oltre l’adrenalina della singola partita, il torneo vive di primati che sfidano il tempo. Nessun college ha lasciato un’impronta paragonabile a UCLA, regina assoluta con undici titoli nazionali complessivi. Sotto la guida del “Mago di Westwood”, John Wooden, la squadra di Los Angeles ha stabilito un primato che rimane ancora imbattuto: sette trofei vinti consecutivamente tra il 1967 e il 1973. In campo femminile, è UConn a dominare la classifica con 12 titoli in bacheca di cui quattro consecutivi tra il 2013 e il 2016 sempre con Geno Auriemma come head coach.
La bellezza del torneo risiede tuttavia proprio nel momento in cui questa stabilità si incrina per lasciare spazio alle cosiddette cinderellas, le università sfavorite che sovvertono i pronostici della vigilia. Si pensi a Villanova che nel 1985 divenne campione nazionale partendo con il seed #8, la posizione più bassa mai occupata da un vincitore finale. O alla piccola università di UMBC: nel 2018 divenne la prima seed #16 capace di battere una numero uno, la favoritissima Virginia.
Mentre UCLA domina l’albo d’oro collettivo, il primato per il maggior numero di punti segnati da un singolo giocatore è fermo al marzo 1970. In quell’occasione, Austin Carr di Notre Dame piegò la difesa di Ohio segnando 61 punti in una sola gara, una cifra mai superata. Sulla distanza dell’intera carriera universitaria, il riferimento costante diventa invece Christian Laettner di Duke, capace di accumulare 407 punti complessivi durante le varie partecipazioni al torneo. Si tratta di una cerchia ristrettissima: solo dieci atleti nella storia della March Madness hanno saputo oltrepassare la barriera dei 300 punti.
In campo femminile, il record di punti in una singola partita del Torneo risale al 1982, quando Lorri Bauman (Drake University) mise a referto 50 punti contro Maryland. Sempre suo è il numero più alto di punti in carriera: 3.000 in quattro stagioni dal 1980-1984. In tempi più recenti, Caitlin Clark ha però riscritto la storia del basket femminile. Nel 2023 ha stabilito il record di 191 punti in una sola edizione, aggiungendo l’anno dopo quello per i tiri da tre punti complessivi (32). Clark ha inoltre fatto registrare il maggior numero di triple doppie nella storia della competizione e, tra le 7 da lei realizzate, resterà nella storia quella contro Louisville nelle Elite Eight del 2023 chiuse con 41 punti, 12 assist e 10 rimbalzi.
Tra gli allenatori, i due coach dei record sono Mike Krzyzewski e Geno Auriemma. “Coach K” ha portato Duke a conquistare 101 vittorie nel Torneo, il numero più alto mai raggiunto da un allenatore in campo maschile. Auriemma, dal canto suo, a UConn ha creato una vera e propria legacy che vanta 143 vittorie e sole 24 sconfitte. Numero destinato a crescere ancora.


