Quote by Oscar da Silva, atipico in campo e fuori

La squadra-sorpresa della Pac-12 ha come punta principale un tedesco poliglotta che studia biologia: Oscar da Silva è al momento il miglior realizzatore europeo della Division I (17.4 punti a partita con 5.6 rimbalzi e 2.1 assist) e la sua Stanford, forte di 9 vittorie in 10 gare, ha fatto un’ottima figura in questo primo mese e mezzo di stagione.

Il successo della squadra parte dalla difesa. Taglia e muscoli sono nettamente minori rispetto allo scorso anno – tant’è che i Cardinal sembrano quasi una mid in mezzo alle grandi – ma l’organizzazione e lo spirito di sacrificio fanno sì che vengano subiti pochi punti (#35 per DRtg) e lasciate poche seconde opportunità agli avversari (#14 per OffReb% concesso).

Senza un po’ di talento davanti, però, non si va da nessuna parte. A questo ci pensano la matricola Tyrell Terry (play così mingherlino da non sembrare un giocatore di D-I, finché non lo vedi con la palla in mano) e, soprattutto, il lungo Oscar da Silva.

Top 5 dei marcatori europei (dati aggiornati al 16/12)

Da Monaco a Stanford

Figlio di un ex pugile brasiliano emigrato in Germania, Oscar è un ragazzo sorridente dai modi molto controllati (anche sul parquet) che non ha faticato molto ad ambientarsi nella realtà americana, sia dentro che fuori dal campo.

Cresciuto a Monaco di Baviera, il suo nome ha iniziato a circolare un po’ di punto in bianco, a 17 anni, grazie soprattutto alle competizioni under disputate con la maglia della nazionale tedesca. Quest’ultima sta ben attenta a non farselo scappare: alcuni mesi fa, la federazione brasiliana aveva chiesto il via libera per convocarlo, incassando però in sostanza un bel “seee ve piacerebbe” dagli omologhi della Deutscher Basketball Bund.

Considerato come uno dei prospetti più intriganti del Vecchio Continente fra quelli della sua annata (ovvero i ’98), da Silva aveva idee tanto chiare quanto inusuali in fatto di recruiting. D’altronde, cos’altro aspettarsi da un ragazzo che parla sei lingue (tedesco, portoghese, inglese, francese, spagnolo e… latino), se non qualcosa di fuori dal comune?

Il basket, certo. Il miglior livello agonistico possibile, sicuro. Però senza rinunciare a nulla in quanto a qualità degli studi. E allora i corteggiamenti ricevuti dai vari programmi hanno finito per essere circoscritti a nomi prestigiosi dal punto di vista accademico: Columbia, Princeton, Cal, Stanford. Quest’ultima era proprio quella che poteva offrire il miglior connubio possibile fra qualità sportiva e d’istruzione.

Oscar da Silva in azione contro Butler, gara chiusa con 19 punti e 5 assist in 29 minuti. (Photo by @HOFClassic)

Talento in crescita, un passo alla volta

Al primo anno, parecchi minuti e begli acuti sparsi. Al secondo, un impatto in ascesa pur con un rendimento incostante. Adesso, al terzo, da Silva era chiamato a fare un altro passo avanti e imporsi come punto di riferimento dei californiani. Non ha deluso le aspettative.

Leading scorer della squadra, quasi tutte le sue statistiche – sia base che avanzate – sono in crescita. L’eccezione è rappresentata dal suo Blk% (da 4.1 a 2.7), il che sorprende un po’, visto che parliamo di un 4-5 (con un passato da 3 che però rimarrà inesplorato in questa squadra) di 206 cm di altezza e con un wingspan di quelli proprio buoni (216 cm).

Le braccia lunghissime tornano utili in tanti modi: nello stoppare, nello strappare rimbalzi sotto entrambi i tabelloni e nel mettere a frutto le sue capacità di anticipo – quest’ultimo, uno dei diversi aspetti del suo gioco in cui spicca per QI, intuizioni e versatilità (è infatti capace di difendere su più ruoli).

 

Non particolarmente esplosivo in verticale, né fisicamente imponente (102 kg, giusto un paio in più rispetto all’anno da matricola), ha agilità e coordinazione, oltre a un footwork in crescita, che ne fanno un giocatore pericolosissimo in attacco quando agisce nei pressi del ferro, zona che è a tutt’oggi quella in cui opera principalmente (per Hoop-Math, il 75.2% delle sue conclusioni vengono prese intorno al canestro).

Ottimo nei pick and roll, dove è a suo agio nel tagliare da ambo i lati (più frequentemente da sinistra, comunque). Interessanti alcuni suoi spunti quando mette palla a terra frontalmente, pur non essendo la sua risorsa principale né quella più affidabile al momento.

 

La mano ai liberi sembra migliorata molto (80.9%, nelle scorse due stagioni era ben al di sotto del 70%). Se invece deve crearsi un jumper dal palleggio, risulta deficitario dalla lunga distanza così come dalla media (28.6% nei tiri dal mid-range, con solo 1/4 di conclusioni assistite).

È però un’opzione assolutamente percorribile se servito a dovere, anche da lontano. Tira poche triple (1.2 a gara col 33.3%), in buona parte per via del ruolo che riveste quest’anno, ma è interessante il fatto che, se innescato, sia capace di colpire non solo da piazzato ma anche in uscita verso l’esterno.

 

La modernità del suo profilo passa anche dalla sua capacità di creare per gli altri. Ha qualità di passatore che si potevano intravedere già qualche anno fa e che ormai stanno crescendo di stagione in stagione (8.4 di AST Rate da freshman, ora è 18.1).

 

Le palle perse sono in costante diminuzione (il suo TO Rate è passato da 26.0 a 21.2 a 18.0) ma può migliorare ancora: certi problemi sono affiorati in modo visibile con avversari attrezzati per metterlo alla prova (9 perse in totale nei match con Oklahoma e Butler, 15 nelle altre otto gare giocate). Nei pressi dell’area, in ricezione o in avvicinamento dal palleggio, pecca un po’ nella protezione del pallone: i raddoppi (specie quelli portati dalle guardie) rappresentano un rischio di perse ben presente.

In generale, però, non c’è dubbio che il tedesco sia un giocatore estremamente produttivo ed efficiente in attacco. Stando ai dati raccolti da Synergy fino al 12 dicembre, da Silva è il terzo miglior giocatore delle high major in quanto a punti per possesso (1.16), al pari di altri due atleti della Pac-12 di cui abbiamo scritto di recente, Onyeka Okongwu e Tres Tinkle.

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Stanford, votata alla posizione #10 (quindi terzultima) nel Preseason Ranking della Pac-12, ha messo insieme un bel 9-1 fin qui. Certo, tolte quelle con Oklahoma (vinta di 19) e Butler (persa di 1), le partite affrontate non erano delle più insidiose (cinque avversarie non superano la #280 nella classifica di KenPom), ma un record come quello non casca dal cielo, oltre a far morale in vista d’impegni più tosti.

La parte restante dell’annata sarà di difficoltà crescente – Kansas a fine dicembre e poi via alle danze nella conference – e i Cardinal sperano di poter continuare a contare su Oscar da Silva. Se sarà capace di passare il test e, magari, di accrescere ulteriormente il suo bagaglio, forse si comincerà a parlare seriamente del tedesco in ottica NBA.

 

Cover Photo by Stanford Athletics