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Oscar Tshiebwe acchiappatutto, Kentucky verso la #1?

Autore: Redazione BasketballNcaa
Data: 14 Feb, 2022

La caduta di Auburn con Arkansas riapre per l’ennesima volta il valzer delle squadre che si avvicendano alla numero 1 del ranking. E il posto d’onore stavolta potrebbe toccare a un’altra formazione della SEC, ovvero Kentucky. È col suo faro sotto canestro, Oscar Tshiebwe, che iniziano le nostre pagelle della Week 14.

 

Oscar Tshiebwe (Kentucky). Con Florida, ha preso Colin Castleton e se l’è messo in tasca. Non solo 19 rimbalzi, di cui 10 offensivi, l’ex West Virginia è ormai una minaccia in isolamento con il suo gancetto e ha sviluppato un piazzato da 4 metri che va rispettato. Se becca poi un mismatch contro un piccolo, lo bullizza senza pietà. Tutto questo l’ha aiutato a mettere su 27 punti nella settimana in cui Kentucky entra davvero in considerazione per la numero 1 della Top 25. I suoi numeri a rimbalzo sono quelli di un ottimo scorer ed è soprattutto merito suo se Kentucky gioca libera di testa in attacco. Tanto anche se si sbaglia un tiro, c’è lui a riciclare il possesso.

Rutgers. Fuori la 13, poi fuori anche la 14 e la 16. E ora Rutgers festeggia. La scorsa settimana si era conclusa con una vittoria con Michigan State e vabbè, capita, si sa che nella Big Ten ogni gara è un ostacolo e che gli Spartans non sono troppo continui. E però poi sono arrivati anche i successi contro Ohio State e Wisconsin. Gran parte del merito è di Paul Mulcahy, guardia/ala il cui look sembra uscito da un corso di aerobica anni ’80, ma che in campo porta tante piccole cose oltre a grinta e punti. Gli ultimi successi hanno permesso agli Scarlet Knights di fare un salto in avanti nel NET Ranking d’una dozzina di posizioni, ma si trovano comunque solo alla #81. Cosa fare di una squadra che è 5-3 in Q1 wins ma anche 2-2 in Q3 e 6-1 in Q4? Salvo ulteriori e improbabili filotti di super vittorie, potrebbero finire per essere un caso complicato da affrontare per il Comitato del Torneo NCAA.

Arkansas. Era dal 1984 che non batteva una numero 1 e meriterebbe un voto alto anche solo per lo spogliarello di coach Eric Musselman a fine gara. I Razorbacks hanno battuto in maniera convincente Auburn, la Bud Walton Arena è stata per tutta la partita il sesto uomo in campo e JD Notae ha fatto il bello e il cattivo tempo nei suoi 41 minuti di gioco (28 punti, 5 rimbalzi, 4 stoppate, 3 rubate, 3 assist). Ha sofferto Walker Kessler sotto canestro (8 rimbalzi offensivi sui 19 finali) e deve ringraziare la pazza tripla tentata da nove metri da Wendell Green sul finale di partita, ma la sterzata c’è stata e il Muss Bus ha ripreso la sua corsa. Passi la sconfitta al fotofinish contro Alabama che però, se evitata, poteva proiettarli verso vette più alte.

Memphis. Chi ci legge lo sa che non siamo i più grandi fan di Penny Hardaway che si possano trovare (ammesso che ce ne siano), ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: in mezzo alla burrasca – tre sconfitte di fila e poi Emoni Bates che saluta la compagnia – è riuscito a raddrizzare la rotta con una striscia aperta di 5 vittorie, culminata in un successo roboante in casa di Houston che non ne perdeva una fra le mura amiche da ben 37 gare. Vittoria di grinta, di talento e persino di giocate intelligenti (non capita tutti i giorni di vedere i Cougars farsi fregare da tagli backdoor). Se Memphis è questa e se Landers Nolley è questo – resuscitato col primo ventello della sua stagione – allora c’è speranza.

Drew Peterson (USC). Serviva una vittoria peso e il derby contro UCLA rappresentava l’appuntamento da non mancare. Non l’hanno mancato i Trojans grazie a un Drew Peterson onnipresente. Giocatori fra i più sottovalutati in circolazione, è un’ala di 208 cm, capace di giocare in tutte le zone del campo, consapevole dei propri mezzi. Ha messo 27 punti e 4 assist in faccia ad un’ottima difesa come quella dei Bruins, grazie ai suoi step back da tre e al timing perfetto nel pescare il rollante. Ma soprattutto ha fornito una prova a rimbalzo e in difesa che raramente si è vista nei suoi due anni a USC: ha ingabbiato Johnny Juzang (4/16 dal campo) e ha condito il tutto con 12 rimbalzi e 5 stoppate. Avere lui come point forward è un lusso che potrebbe valere tanto nelle partite di marzo.

Walker Kessler (Auburn). Questo qui non è un giocatore normale, bensì un’arma inarrestabile a protezione del ferro. Già contro Arkansas ci aveva provato, fermandosi a “solo” 7 stoppate. Contro Texas A&M, sfruttando anche la voglia di rivalsa per il primo posto nel ranking appena perso, ha confezionato la sua seconda tripla doppia con i tiri stoppati: 12 punti, 11 rimbalzi, 12 stoppate. Ha un controllo dello spazio e del proprio corpo che, unito alla sua altezza, è tale da renderlo una valvola di sicurezza quando Auburn deve mettere su un parziale dei suoi.

Hunter Dickinson (Michigan). Si trova chiaramente più a suo agio quando deve difendere contro dei veri pari ruolo, come ha mostrato nella super gara contro Zach Edey e Trevion Williams di Purdue. A vedere solo quella gara, prendereste Hunter Dickinson e lo vorreste centro fisso della vostra squadra del cuore. Roccioso, si è fatto rispettare a rimbalzo (9) è stato continuo sotto canestro (4/9) ma soprattutto implacabile dall’arco (4/6) e i Wolverines hanno portato a casa una vittoria non facile. Pochi giorni dopo ha avuto molti più problemi a rincorrere per il campo Zed Key e soprattutto EJ Liddell. E Michigan è tornata alla sconfitta.

Charles Pride (Bryant). Come mai 7 a un giocatore che nell’ultima partita, a dispetto di ben 15 rimbalzi e 6 assist, ha comunque contribuito alla sconfitta dei suoi facendo 3/21 dal campo? Perché, nelle precedenti tre, l’esterno del piccolo college del Rhode Island era stato un’assoluta iradiddio capace di mettere insieme uno dei migliori filotti individuali visti quest’anno: 44 punti e 12 rimbalzi, 32+10 e 34+9 con una precisione incredibile sia dal campo (56.2%) che ai liberi (91.7%), messa al servizio di vittorie in trasferta in tutti e tre i casi.

Jaden Ivey (Purdue). Prestazione da fenomeno contro Illinois, losing effort contro Michigan e poi intervento chirurgico contro Maryland. Le tre prestazioni della settimana di Jaden Ivey confermano come sia uno dei giocatori più elettrizzanti del college basketball. Il voto potrebbe essere più basso se Purdue avesse perso la gara contro Maryland, presa un po’ sottogamba. Però nel finale ci ha pensato Ivey con un 2+1 a difesa schierata fatto di scatto, forza ed eleganza. E la Nba è sempre lì che aspetta.

Umoja Gibson (Oklahoma). Che settimana strana per lui! Prima artefice del meraviglioso upset a ai danni di Texas Tech, schiaffando otto triple e 30 punti in faccia ad una delle difese migliori della nazione. Poi, all’Allen Fieldhouse contro Kansas, quando tutti si aspettavano la sua conferma, arrivano zero punti e un’uscita prematura per falli in una partita in cui la sua presenza nei minuti finali sarebbe stata preziosa. Questo fa capire la caratura di Oklahoma: squadra tosta difensivamente, capace anche di battagliare punto a punto in uno dei campi più caldi della Division I, ma che ha bisogno di Gibson per poter compiere l’impresa.

Marquette. Due sconfitte in settimana (tre nelle ultime quattro gare) e la magia sembra svanita. Il ritorno alla realtà ci parla di una squadra non sufficientemente attrezzata per andare a fare un colpo esterno in casa d’una formazione come UConn (e ci sta), ma soprattutto ci racconta di una caduta rovinosa sul parquet di una Butler in rebuilding. Sì, è vero, i Bulldogs – che di solito tirano mattoni – hanno un po’ visto la madonna al tiro da tre, ma è stata tutta la difesa dei Golden Eagles a crollare, permettendo agli avversari di colpire anche in altri modi.

Sfighe europee. Due junior del Vecchio Continente esplosi quest’anno e due infortuni pesanti. Olivier Nkamhoua, cresciuto molto pur fra alcuni alti e bassi nella prima metà di stagione, sembrava proprio lì lì per fare un ulteriore salto di qualità dal punto di vista realizzativo, e invece ora Tennessee dovrà fare a meno di lui fino alla fine della stagione. I Vols hanno già dimostrato di potersi barcamenare senza il finlandese (due vittorie in settimana con Mississippi State e Vanderbilt), mentre Syracuse non sembra poter affermare altrettanto. Jesse Edwards era una risorsa utile in attacco da affiancare alla propria batteria di tiratori e una ancora più preziosa in difesa, essendosi rivelato uno dei migliori rim protector dell’intera D1. Senza il lungo olandese, l’impressione netta è che Cuse non sia in grado d’ingranare quella marcia in più attesa praticamente da inizio stagione.

Patrick Baldwin Jr. (Milwaukee). Alla terza gara di ritorno da un infortunio è andata così: 8 punti, 3/11 al tiro, 4 perse e la sua squadra asfaltata in casa per 75-39. Dopodiché si è riseduto in tribuna – per motivi non specificati ufficialmente – e i Panthers, incredibilmente, hanno interrotto una striscia negativa di 6 incontri battendo Wright State (squadra che dall’anno scorso sembra specializzata in suicidi incredibili) e Green Bay. Doveva piazzarsi comodo comodo in lottery e ora si ritrova a mettere insieme 12.1 punti di media col 34.4% dal campo per la formazione #326 di KenPom. Sfigato, sicuramente, ma se l’è pure cercata.

Florida State. Benvenuti nella ACC, incredibile mondo dove tutto può succedere. La perla di questa settimana ce la regalano North Carolina e Florida State che confezionano un punteggio di 62-24 per UNC a conclusione del primo tempo della loro sfida. I Tar Heels tirano sopra il 70% mentre Florida State ricorda Peter Griffin in quella puntata di Family Guy in cui si dimentica come ci si siede. Seminoles troppo brutti per essere ignorati ma, a dire il vero, anche per trarre conclusioni: già privi di Anthony Polite, hanno perso anche Caleb Mills dopo sette minuti.

Oregon. Nemmeno il tempo d’incensarla che subito ci fa pentire di averne scritto bene. È vero che Cal ormai non è più quel disastro ambulante visto ai tempi di Wyking Jones, ma rimane pur sempre una formazione debole contro la quale è vietato fare passi falsi – specie in casa propria! – se si vuole avere un curriculum rispettabile da presentare nel Selection Sunday. Oregon invece ha perso malamente (-16 all’intervallo, -14 alla fine) e questa è addirittura la terza L rimediata da una squadra al di sotto della Top 100 di KenPom. Qui si rischia di vanificare un mese e mezzo di buoni risultati.

Buzz Williams (Texas A&M). In tre anni che sta lì, l’ex coach di Virginia Tech non è riuscito ancora a smuovere gli Aggies dalla mediocrità che spesso li ha contraddistinti nell’ultimo decennio. Quest’anno sembrava poter essere l’annata giusta. Quattro vittorie consecutive ad aprire la regular season della SEC che si aggiungevano alle undici conquistate tra novembre e dicembre. 15-2 e il sentore che la svolta potesse essere vicina. Invece c’è stato il tracollo: otto sconfitte consecutive arrivate con l’intera fauna della conference, dall’ultima contro Auburn a quelle in casa contro South Carolina e Missouri. Il calendario ora offre un finale di stagione agevole, ma Williams dovrà riflettere e convincere gli underclassmen di talento a rimanere se vuole far svoltare il programma.

David Collins (Clemson). Lo schianto con Wendell Moore è stato talmente incredibile da aver fatto il giro del mondo via social. Il giocatore si è scusato poi via instagram e ha provato a giustificarsi dicendo che il contatto violento non era stato intenzionale. Al pentimento del giocatore, crediamo senza problemi; il secondo punto invece non ha convinto praticamente nessuno, data la dinamica del fallo. Una sola gara di sospensione per lui: gli è andata di extra lusso.

Horizon League. Un’altra squadra che se ne va e un’altra conference che si vendica. Dopo JMU con la Colonial e Stony Brook con l’America East, ecco UIC che si ritrova estromessa dalla postseason di quest’anno per aver annunciato la propria decisione di trasferirsi nella Missouri Valley a partire dalla stagione prossima. Anche qui, tecnicamente, c’è una conference che ha applicato un regolamento chiaro, ma ci sarebbe anche un discorso di semplice buon senso e di rispetto dei giocatori che andrebbe affrontato e che la Horizon ha deciso d’ignorare.

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