Quote by Scariolo, un cognome che pesa… sempre meno

Alessandro Scariolo Ares ha il basket nel sangue. Papà Sergio Scariolo è l’eroe della nazionale spagnola, con un Mondiale vinto da poco e svariati titoli internazionali in bacheca. Mamma Blanca Ares è una bandiera del basket iberico. Portare quel cognome – anzi quei cognomi – non è stato sempre facile per il giovane Alessandro. Dopo aver vinto gli Europei U18 con la Spagna lo scorso agosto, ora potrebbe essere lui a scrivere un’altra pagina della storia cestistica della sua famiglia. Per farlo, ha lasciato l’Unicaja Malaga ed è andato a Manhattan, college della MAAC. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Da tua madre sicuramente hai preso i geni del basket e da tuo padre quelli della visione tattica: sei d’accordo?

Speriamo! Sì, l’amore per la competizione, la voglia di migliorare e anche il fisico, li ho presi più da mia madre. La capacità di gestirmi nei momenti più caldi e la visione tattica invece sono un regalo di papà.

Cosa ti hanno insegnato rispettivamente nel concreto?

Mio padre è molto razionale e mi aiuta a vedere le cose nella giusta prospettiva. La frase che mi dice sempre è “next play”: quando sbaglio a volte mi demoralizzo e quindi con questa frase mi ricordo di lasciar perdere e pensare alla giocata successiva. Mia madre è molto passionale, ho ereditato quel suo “fuoco dentro”. Ha sempre un’energia positiva che riesce a trasmettermi anche nei momenti più duri. Lei ci è già passata, sa che il lavoro fatto adesso un giorno sarà ricompensato. Non smette mai di ripetermelo.

Sergio e Alessandro Scariolo (foto: FIBA)

La Gazzetta ha ribattezzato la famiglia Scariolo-Ares come la “First Family del basket europeo”. Cosa hai provato nel vincere anche tu un europeo? Possiamo dire che è stata una sorta di liberazione? O hai provato più una soddisfazione in una sorta di rivalità familiare?

Nah, niente rivalità coi miei. Certo tra noi scherziamo; immagina la situazione in cui io dico “sono campione europeo” e dopo neppure un mese mio padre vince il mondiale. Non lo nego, quella vittoria per me è stata una grande liberazione: finalmente sono stato io il protagonista e non mio padre o mia madre! Sai, ci sono persone che parlano… Diciamo che quella vittoria è servita un po’ a farli stare zitti.

E questo ci porta alla prossima domanda. Hai detto più volte che portare il tuo cognome non è semplice, quali sono le maggiori pressioni che senti?

Più passano gli anni e meno ne risento di questa cosa. All’inizio però, credimi, è stato difficile sopportare frasi del tipo “gioca solo perché è figlio di”, “non è bravo” o “sono meglio di lui” dette da persone che non capiscono nulla di basket. Prima queste cose mi ferivano e ci sono stati momenti in cui ho anche pensato “e se fosse vero?”. Poi, grazie all’enorme lavoro che ho fatto in palestra giorno dopo giorno, sono molto migliorato e questo mi ha dato nuove sicurezze. Adesso poi, grazie all’Europeo, posso dire di essermi guadagnato non solo il rispetto, ma anche un nome solo per me.

 

Passiamo al capitolo NCAA, perché hai scelto Manhattan?

Avevo visitato anche altri college e avevo ricevuto altre offerte mentre mi trovavo in Spagna. Ci sono stati diversi fattori che mi hanno convinto. Innanzitutto, il fatto che sia così vicino a Toronto dove si trova tutta la mia famiglia. Poi ero rimasto davvero colpito dallo staff, dalle facilities e dalle prospettive che mi hanno offerto.

È da un po’ di settimane che ti alleni con la tua nuova squadra: qual’è la tua prima impressione della Division I?

Le maggiori differenze sono il livello fisico e il ritmo: gli atleti qui sono dotati di grande forza fisica e hanno una grinta e una determinazione maggiore in campo. Il basket europeo però è molto più avanti in termini di fondamentali: è per questo che noi atleti europei sviluppiamo una grande intelligenza tattica e tecnica, aspetti che potrò usare a mio favore qui negli States e che sicuramente mi contraddistingueranno. In un ambiente in cui c’è tantissimo talento individuale, io posso rispondere con la mia visione di gioco e quindi sono sicuro che me la potrò giocare fino in fondo.

La firma con Manhattan (foto: AGM Educación)

In Spagna la NCAA è seguita da voi giovani atleti?

Durante l’anno sinceramente non si segue molto la NCAA. Qualcuno segue poi la March Madness ma in Spagna naturalmente siamo più interessati all’Eurolega e al campionato spagnolo. Io invece sì che l’ho seguita: il mio sogno era di venire qui negli States e quindi volevo essere preparato sulle squadre e sul gioco.

Sei spagnolo a tutti gli effetti, ma in te scorre anche un po’ di sangue italiano. Hai mai immaginato di vestire la maglia azzurra?

Il basket per me è legato alla Spagna. In futuro non si sa mai, ma anche se mi considero “50 e 50”, nella pallacanestro sono spagnolo al 100%. Il basket italiano ha sicuramente il suo fascino e ha una grande tradizione ma al momento giocare in Italia non è uno dei miei piani.

La Spagna è famosa per aver un grande vivaio nel basket, eppure vediamo sempre più atleti iberici della tua età partire per l’estero, NCAA in primis. Come mai?

Ultimamente i club spagnoli stanno facendo proposte migliori agli atleti della mia età e quindi il numero di giovani che decide di rimanere è maggiore. Gli Stati Uniti però sono e rimangono la miglior soluzione per coloro che vogliono studiare e giocare. In Spagna, e in Europa in generale, conciliare lo studio e lo sport professionistico non è fattibile.

Francis Alonso e Rubén Guerrero sono due prodotti di Malaga che ora sono tornati in Spagna dopo un’ottima carriera NCAA: anche tu pensi di fare lo stesso percorso? In fondo, l’Unicaja ti aveva proposto di rimanere…

Alonso e Guerrero sono dei modelli un po’ per tutti noi giovani giocatori: l’idea di andare negli USA per crescere e poi riportare la propria esperienza nel proprio paese, è un po’ il sogno di tutti e lo è anche per me. Perciò in questi quattro anni voglio migliorare il più possibile per poter poi avere delle buone offerte. E se non dovesse andare come sogno nella pallacanestro, ho già pronto un piano B: sto studiando business management e lo sto facendo a Manhattan. Ci potrebbe essere una situazione migliore? Per quel che riguarda Malaga, non posso che dire grazie per avermi offerto di restare e grazie per i bellissimi cinque anni. Se un giorno dovessi tornare lì, sarebbe come tornare in famiglia.