Quote by March Madness donne, la terza volta di Baylor

Baylor mantiene le promesse della regular season e si aggiudica il titolo NCAA per 82-81 superando Notre Dame in un finale rocambolesco pieno di colpi di scena. Decisivo, questa volta a favore delle avversarie, un canestro di Arike Ogunbowale. Bocciata ancora UConn che per il secondo anno consecutivo si deve arrendere alle Fighting Irish, mentre Oregon sogna in grande per il prossimo anno. Le campionesse in carica contro le migliori della regular season (35 vittorie e una sola sconfitta); il miglior attacco (89.1) contro la decima difesa del Paese; Arike Ogunbowale contro Kalani Brown: eccovi servita la finale del campionato NCAA femminile.

 

Il match, un remake della finale del 2012, ha visto nuovamente trionfare le Lady Bears. Ma se sette anni fa il margine di vittoria era stato ampio (80-61 per Baylor) nelle finali del 2019 tutto si è consumato in una manciata di secondi proprio nel finale di partita. Protagonista assoluta – nel bene e nel male – è stata l’eroina delle Final Four dello scorso anno, Arike Ogunbowale. Con 1.9 secondi sul cronometro, Arike è andata in lunetta sul punteggio di 80-82 dopo aver subito un fallo su un tentativo di layup. Coach Muffett McGraw era stata chiara durante il timeout: la palla dell’ultima azione doveva andare nelle sue mani. E così è stato. Ma avete presente RJ Barrett contro Michigan State? Ogunbowale lo ha imitato alla perfezione: ha sbagliato il primo libero che voleva segnare e ha segnato il secondo che voleva sbagliare. E ha messo fine ad ogni possibilità di vittoria per Notre Dame, perchè il tempo rimasto non era neppure sufficiente per la rimessa in gioco. Poco da dire però all’eroe delle Final Four dell’anno scorso che ha chiuso la sua carriera universitaria ancora con una grande prova da 31 punti, per un totale di 155 nel torneo, quarta prestazione assoluta.

 

Baylor ha vinto quindi tirando un grosso sospiro di sollievo, dopo aver bruciato un vantaggio di 17 punti e aver perso nel terzo quarto Lauren Cox, che aveva dominato sotto canestro (8 punti, 8 rimbalzi e 3 stoppate),  a seguito di una caduta che ha lasciato ammutoliti tutti gli spettatori della Armalie Arena di Tampa (Florida). Merito soprattutto di Chloe Jackson, decisiva nel finale con il layup del +2. “Dovevamo portare a termine il lavoro che Lauren aveva iniziato”, ha detto alla fine della partita. Trasferitasi da Lousiana State, Jackson è diventata una pedina fondamentale negli schemi di coach Kim Mulkey e ha dato supporto a Brown e Cox sia in fase d’attacco che di difesa.

Ma per una stella che ha dovuto lasciare il campo, nel firmamento di Baylor ha iniziato a splenderne un’altra: quella di NaLyssa Smith. Nonostante la pressione e l’importanza del momento, la freshman non ha battuto ciglio quando coach Mulkey l’ha chiamata a sostituire l’infortunata Cox: appena è entrata in campo ha preso un rimbalzo offensivo, messo un canestro, dato un assist e alla fine ha chiuso la partita con 14 punti e 6 rimbalzi in 17 minuti.

NaLyssa Smith

Ma è stata anche la partita di Kalani Brown, figlia d’arte destinata a grandi risultati. Suo padre, P.J. Brown, ha chiuso la sua carriera Nba vincendo il titolo nel 2008 con i Boston Celtics; sua madre Dee ha giocato invece a Louisiana Tech per…coach Kim Mulkey, l’allenatrice che ha saputo guidare e far crescere Kalani fino a farla diventare una vera e propria stella di questa stagione: con 15.6 punti, 8.1 rimbalzi e una media di tiro pari al 61.3, è uno dei nomi più popolari nel draft WNBA (è stata scelta al numero #7 dalle Los Angeles Sparks). Chiamatelo destino se volete, ma il legame tra giocatrice, allenatrice e mamma è stata davvero l’arma vincente per la carriera di questa giocatrice che domenica sera è riuscita a creare una Legacy tutta sua.

Per Baylor si tratta del terzo titolo, sempre con coach Mulkey alla guida della squadra. Grazie a questa vittoria, l’allenatrice delle Lady Bears supera anche coach McGraw (ferma a due) e si piazza dietro all’inarrivabile Geno Auriemma (che ne vanta 11) e a Pat Summit (a quota 8).

Notre Dame si deve invece accontentare di aver superato nuovamente in semifinale la nemica storica UConn nel rematch dello scorso anno. Ogunbowale ha nuovamente beffato le Huskies, mettendo a tacere tutte le polemiche nate dopo la reazione non proprio da gentildonna di Arike con insulto rivolto ad Auriemma al termine del-18  subito da UConn in un match di preseason. Ma nella finale, neppure il suo tocco magico è bastato. E pensare che a differenza della scorsa stagione – nella quale Notre Dame aveva vinto il titolo contro ogni pronostico e contro ogni tipo di sfortuna (ben quattro atlete titolari fuori per lo stesso problema al crociato) – quest’anno le Fighting Irish erano le favorite alla vittoria finale e soprattutto non avevano cambiato quasi per nulla la loro formazione. “Frustrante e deludente” ha sentenziato coach McGraw nel post partita.

Per UConn si tratta invece della terza sconfitta consecutiva nelle Final Four, la seconda in semifinale e sempre contro Notre Dame.

 

Sembra proprio che, quando il gioco si fa duro, le Huskies non sappiano reagire. Le critiche si fanno sempre più insistenti e la principale colpevole secondo gli addetti ai lavori sembrerebbe essere l’American Conference, poco competitiva e non adatta quindi a preparare a dovere la squadra in vista della March Madness. Ma c’è dell’altro. Basta guardare cosa è successo nel quarto periodo sul 64 a 55 per UConn. Quando coach McGraw ha chiamato il timeout per dare una scossa alle sue, le Huskies hanno letteralmente danzato verso la panchina: certo, il punteggio era tutto a loro favore, ma quella sicurezza si è dimostrata totalmente fuori luogo. Evidentemente la lezione dei due anni precedenti non è bastata. Il pasticcio di Lou Samuelson, fino a quel momento impeccabile, sul 66 a 63 e a campo aperto è una chiara dimostrazione come UConn abbia letteralmente perso il controllo.

Molto meno pesante in termini di critiche è stata la sconfitta di Oregon per mano di Baylor. Le Ducks sono state le vere e proprie eroine di questa stagione. Se si pensa che appena due anni fa il programma raggiungeva per la prima volta le Sweet 16 e che quest’anno ha preso parte alle Final Four per la prima volta, si capisce appieno il motivo dell’entusiasmo che si è creato intorno alla squadra.

 

Il merito va soprattutto a coach Kelly Graves – che in cinque anni ha saputo dare lustro al programma – e a Sabrina Ionescu, vera mattatrice dalla lunga distanza e trascinatrice morale della squadra. La notizia che il prossimo anno Sabrina rimarrà ad Oregon per “finire il lavoro iniziato” fa sì che le Ducks siano già tra le squadre favorite alla vittoria finale. E se arriveranno fino in fondo, quella di Oregon sarà una grande storia sportiva.