Quote by Rui Hachimura, talento venuto dal Giappone

Tra Sendai, dove Rui Hachimura andava al liceo, e Spokane, sede di Gonzaga, ci sono circa 7.700 chilometri di distanza in linea d’aria e, se esistesse un volo diretto a collegarle, il viaggio durerebbe più di 17 ore. Soprattutto, a separare la città giapponese da quella statunitense c’è un oceano enorme, il più grande al mondo. Hachimura, ora all’alba del suo anno da junior, lo sa, così come sa che l’oceano fra le due sponde del Pacifico non è solo geografico.

Non è facile adattarsi a un nuovo paese, a una cultura diversa. Cambiano tante cose. A volte, tutto. I suoni delle parole, gli odori della cucina, i piccoli gesti quotidiani, il modo in cui il sole avvolge le giornate o, magari, sembra scomparire del tutto. E poi ci sono le cose pratiche, specialmente quelle.

Dal Giappone agli Usa

Primo problema, tanto ovvio quanto cruciale, per chi passa dal Sol Levante agli States: la lingua. Certo, se sei uno student-athlete di un’università americana, hai chi ti assiste in classe. Però in campo le cose sono più complesse. Durante il suo primo anno, Rui ha avuto la fortuna di poter contare sull’interpretariato di Ken Nakagawa (allora Graduate Assistant), ma a dargli una grossa mano è stato anche uno che, col college basket, non c’entra nulla.

«Quando è arrivato, parlava poco inglese, il minimo indispensabile, – ci racconta Riccardo Fois, coach italiano al quarto anno nello staff degli Zags – Faceva fatica a sostenere una conversazione ma quando partiva una canzone di Drake alla radio, la sapeva tutta. Ha veramente imparato attraverso i suoi pezzi. L’hip-hop è stata una delle prime cose che l’ha incuriosito e portato a immergersi nella cultura americana. È stato un po’ il punto d’incontro fra il suo mondo e quello in cui era arrivato».

Faccia da bravo ragazzo. Ci rendiamo conto che questa espressione è davvero abusata e troppo vaga, però Rui ha un sorriso che scalda il cuore, un portamento che sa di genuino e umile che è impossibile ignorare anche solo osservandolo a distanza, attraverso lo schermo. Poi però entra in campo, e addio tenerezza: eccolo lì mentre travolge tutto ciò che gli capita a tiro, fra falcate impressionanti e inchiodate fragorose. «Quando è arrivato qui non schiacciava, per rispetto», dice Fois. Si fa un po’ fatica a immaginarlo, oggi.

Hachimura è una forza della natura, un concentrato di istinti che Coach Mark Few ha modellato e continua a modellare di mese in mese, di stagione in stagione. C’è un percorso tecnico da seguire e tante cose che deve continuare a imparare, sgrezzare, limare. Un talento purissimo, il suo, con mezzi fisici e atletici superiori alla media, ma che necessitano di comandi appropriati.

Un ragazzo troppo buono

Nel suo caso, però, uno dei primissimi passi da compiere è stato di natura caratteriale – non tanto e non solo sotto il profilo personale, bensì un qualcosa che andava a toccare corde culturali precise: «Una volta in allenamento, visto che lo spronavamo a giocare duro, per andare a rubare una palla per sbaglio fratturò un dito a Tillie. Si sentì così tanto in colpa che andò a dire a Tommy [Lloyd] che era tutta colpa sua, che non meritava di giocare perché aveva fatto male a Killian. Invece, ovviamente, non era colpa sua e l’abbiamo fatto giocare».

Fois non sceglie di raccontarci questo aneddoto per caso, ma proprio perché è altamente significativo del salto di mentalità che Hachimura ha dovuto affrontare, da un ambiente che premia un certo tipo di remissività e che non vede di buon occhio le individualità esuberanti a uno dove, invece, l’elevarsi al di sopra della media non è solo cosa lecita, ma espressamente richiesta – nello sport ancora più che in altri ambiti.

 

Il Rui che vediamo adesso è il prodotto di un certo tipo di competenza tecnica propria dello staff degli Zags, ma anche quello di una particolare predisposizione del programma all’accoglienza di ragazzi con background radicalmente diversi rispetto a quelli tipici americani. Come lo stesso Fois ci ha già detto per la nostra inchiesta sul recruiting europeo, uno dei pregi di Mark Few sta nel saper capire come le necessità e i tempi dei giocatori possano variare in base alla loro provenienza.

Ormai sbocciato in quanto a personalità, quale Hachimura dobbiamo aspettarci sul parquet durante questa stagione? Di certo un 3-4 che abbina un telaio eccellente (203 cm, 102 kg, 218 cm di wingspan) a grande fluidità di movimenti, capace di attaccare il canestro con prepotenza e di mangiare il parquet quando è lanciato in campo aperto. Insomma, spesso e volentieri per fermarlo occorre fare fallo ma il suo 79.5% a cronometro fermo non può far dormire sonni tranquilli alle difese.

La sua capacità di contribuire nella metà campo difensiva è migliorata col tempo, mentre in attacco può e deve variare ulteriormente il suo bagaglio in più direzioni, in primis col suo jumper. Dall’arco dei tre punti, per esempio, è risultato davvero insufficiente sia per percentuali che per frequenza di tentativi (19.2% su 0.7 tiri a partita l’anno scorso). Ci sono però alcuni segnali incoraggianti visti nella partita vinta quest’estate dal suo Giappone ai danni dell’Australia, nella quale si è sbizzarrito fra canestri da tre e in arresto-e-tiro dalla media. Se si dovesse sbarazzare definitivamente della sua ritrosia nel prendersi quei tiri, la sua capacità di aprire le difese diventerebbe ingestibile per gran parte degli avversari.

 

Un backcourt esperto e di talento unito ad ali e lunghi di livello, se possibile, ancora migliore: Gonzaga quest’anno può andare lontano, come due anni fa, e Hachimura potrebbe finire benissimo per essere il suo astro più luminoso. La strada fatta fin qui è stata molta ma Rui ne ha ancora un bel po’ davanti, che si parli di obiettivi di squadra (il ritorno alle Final Four) o più strettamente individuali (il prossimo Draft NBA).

In campo e nella vita, gli ostacoli presentatisi dinanzi al giapponese non sono stati da poco: saper attraversare grandi distanze non è roba da tutti, ma Rui ormai sa benissimo come condurre un coast-to-coast.

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