Quote by Le pagelle del secondo weekend del Torneo

01/04/2021

Gonzaga che fa sempre più spavento, lo stato del Texas che trionfa alla March Madness e un Johnny Juzang eroe di marzo: è da qui che partono le nostre pagelle relative a Sweet 16 ed Elite Eight.

 

Gonzaga. Dieci e lode per gli Zags, perché non c’è altro voto che possa rendere giustizia al loro dominio. La sensazione – terrificante per i loro prossimi avversari – è che i ragazzi di Mark Few stiano anche salendo di colpi e che abbiano mangiato in testa a tutti senza aver ancora toccato il vero apice del loro potenziale. Lanciati all’inseguimento della stagione perfetta, hanno un appuntamento con la Storia, lo sanno bene eppure le gambe non tremano.

Lo stato del Texas. Due squadre alle Final Four (Baylor e Houston) di cui una sicuramente in finale, altre quattro che hanno vinto almeno una partita (Texas Tech, Abilene Christian, North Texas, Texas Southern). Niente male davvero il bilancio finale del Longhorn State. All’appello manca l’università più prestigiosa dello stato, ma i giocatori di Shaka Smart hanno deciso che di prestigioso al Torneo la loro Texas non aveva niente da dire.

Johnny Juzang (UCLA). Il turno di “riposo” (tra virgolette perché ne ha messi 13) con Bama glielo concediamo volentieri se i risultati sono questi. Prestazione dominante e necessaria per battere una gran difesa come quella di Michigan. Ha segnato in tutti i modi, leggendo sempre ciò che la difesa gli concedeva ed ha messo anche il tiro decisivo. Sottovalutato anche il suo apporto nelle propria metà campo.

 

DeJon Jarreau (Houston). Ok, i Cougars non hanno mai affrontato squadroni (solo seed in doppia cifra) ma è davvero difficile ottenere di più da un giocatore. In difesa ha paralizzato i due avversari più forti (Buddy Boeheim di Syracuse ed Ethan Thompson di Oregon State) e in attacco ha avuto la media di 9.5 punti, 8 rimbalzi, 8 assist, 1.5 stoppate, 1 recupero.

Adam Flagler (Baylor). Si parla tanto del trio di guardie Mitchell-Butler-Teague ma c’è anche lui tra le ragioni del successo di Baylor. Anche al torneo il transfer da Presbyterian ha confermato la sua affidabilità assoluta come cambio di lusso: in doppia cifra in 3 partite su 4, 8/12 complessivo al tiro da tre, semplicemente decisivo contro Villanova.

 

Eric Musselman (Arkansas). A gennaio la sua squadra sembrava morta e sepolta: 4 sconfitte nelle prime 5 partite dell’anno, comprese due scoppole senza senso contro Lsu (-31 dopo 15′) e Alabama (-31 dopo 40′). Ha chiuso i suoi ragazzi nello spogliatoio, ha spiegato loro un paio di cose a partire dalla difesa e poi ha messo insieme una striscia di 10 vittorie consecutive. Infine si è spinto fino alle Elite Eight, in soli due anni sulla panchina di Arkansas e con una delle squadre più giovani del Torneo.

Isaiah Mobley (USC). Sostanzialmente naufrago insieme ai compagni dopo che la zattera dei Trojans è andata a sbattere contro il transatlantico Gonzaga (pur risultando quasi salvabile, alla fin fine), ma la sua rimane una March Madness di altissimo livello che lo riscatta almeno in parte dall’etichetta de “L’altro Mobley”. Decisivo in più modi nei turni precedenti con una mira dalla distanza davvero di tutto rispetto e che ha contrassegnato il suo finale di stagione (addirittura 10/15 in 6 gare fra torneo della Pac-12 e Torneo Ncaa).

 

Villanova. Per 30 minuti a Jay Wright stava venendo fuori un mezzo capolavoro con Baylor a inseguire la sua squadra, peraltro con un Jeremiah Robinson-Earl tutt’altro che scintillante. Poi l’assenza di Collin Gillespie si è fatta sentire e i Wildcats hanno perso 16 palloni, il doppio della loro media, e forse l’anno prossimo reclutare una PG in più potrebbe non essere una cattiva idea. Ma non è stato un brutto torneo, anzi, e tanto meno una brutta stagione.

Juwan Howard (Michigan). In due anni ha ripreso e migliorato il lavoro fatto da John Beilein e l’Elite Eight sono, al momento, il fiore all’occhiello di questo lavoro. Sistema solido in difesa e intelligente in attacco che ha saputo reagire all’assenza di Isaiah Livers fino a che si è potuto. Si è dimostrato anche un coach capace di cambiare spartito durante la partita e di disegnare grandi rimesse nel finale. Abbiamo una nuova stella.

 

La difesa di USC. Doveva essere l’elemento capace di regalarci una ventina di minuti di partita vera fra Trojans e Zags. Macché. USC si è sciolta come neve al sole sin dalle prime azioni davanti all’aggressività e all’esecuzione perfetta degli avversari, e la sua tanto lodata difesa non ha retto l’urto, subendo molti più punti in area di quanto sia solita concedere. Merito soprattutto del talento immenso di Gonzaga: è per questo che il voto qui non è più basso.

Eugene Omoruyi (Oregon). Uscito sconfitto alle Sweet 16 coi suoi Ducks, ma a testa altissima, l’unico con Chris Duarte ad averci capito qualcosa contro la zona di USC: 28 punti (conditi da 10 rimbalzi) con 9/19 al tiro e 8/8 ai liberi. Una buonissima uscita di scena per un giocatore che, al netto di qualche partita storta a gennaio, ha condotto una stagione ben al di sopra delle aspettative iniziali.

 

Franz Wagner (Michigan). Ti vogliamo bene Franz, nonostante quell’orrendo airball che poteva regalare ai Wolverines la Final Four. A fare da contraltare a una prova difensiva fantastica contro UCLA c’è l’1/10 al tiro proprio nella giornata in cui non è funzionato nulla in attacco. Ci si aspetta da lui una marcia in più in questo genere di partite, soprattutto se ambisce al salto in Nba.

Big Ten. Anche l’ultima in corsa, ossia Michigan, è uscita. Un po’ per sfortuna vista l’assenza di Livers, ma resta che la Big Ten Conference ha iniziato il Torneo considerata super favorita (molte previsioni di una Final Four con Michigan, Ohio State, Illinois e Gonzaga) e invece resterà a bocca asciutta.

 

Moses Moody (Arkansas). Il grande assente del weekend per gli Hogs e anche il grande rimpianto per Eric Musselman. Non ha segnato mai ma veramente mai (6/30 in due partite), dando la sensazione di essere più stanco di un minatore sessantenne uscito da un turno di 12 ore in una cava di marmo. Invece non ha neanche 19 anni, ha un gran fisico e doveva solo giocare due partite di basket.

Scottie Barnes (Florida State). La March Madness non ha fatto lievitare le sue quotazioni in ottica Draft, ma anzi ha evidenziato più i limiti attuali del ragazzo. Al momento è probabile che lasci il college per la Nba, e il ricordo delle partite al Torneo non sarà memorabile: 6 punti di media, 0/3 dall’arco, 9 assist e 11 palle perse in totale. Non i numeri di una super stella.

 

Lucas Williamson (Loyola-Chicago). È un peccato che l’ultima e più importante partita della stagione abbia coinciso con la peggior prestazione offensiva dell’anno. Una serie di tiri apertissimi da tre punti (2/8 finale dall’arco) che avrebbero probabilmente messo in crisi la difesa di Oregon State e cambiato la sorte della partita. Adesso deve scegliere se sfruttare l’anno extra da super senior.

Mitch Ballock (Creighton). C’è una cosa che sa fare bene come pochi e che, alla fin fine, è quasi l’unica che gli si chiede: segnare da tre. Ecco, marzo non è stato proprio il suo mese: 1/7 contro Gonzaga alle Sweet 16 per un 4/17 nelle tre gare di March Madness. Doveva riscattare le pessime performance al torneo della Big East (un altro 4/17 in tre partite) e non ci è riuscito minimamente.

 

I tiri liberi di Alabama. Una serata storta al tiro capita a tutti, anche ai migliori, ma segnare 11/25 ai tiri liberi in una partita chiusa all’OT è abbastanza singolare. C’è riuscita Alabama che contro UCLA non voleva semplicemente segnare (da aggiungere un 7/28 da tre). Non il miglior modo per uscire dalla March Madness.

East Coast. Per la prima volta nella storia non c’è un solo team alla Final Four che provenga dall’area geografica a est del fiume Mississippi, uno dei confini naturali tra est e ovest degli Usa. In Europa questa cosa suona strana o diversa, ma nella storica rivalità tra le due coste americane invece conta molto.

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