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Marcus Carr è pronto, Minnesota anche

Marcus Carr Minnesota
Autore: Andrea Indovino
Data: 8 Dic, 2020

L’anno da freshman di Marcus Carr non era andato come si aspettava. Era la stagione 2017-18, Pitt aveva chiuso con un 0-18 nella ACC e coach Kevin Stallings aveva perso il posto. Un disastro. Carr ha quindi optato per il trasferimento a Minnesota e la scelta sta pagando. Dopo un anno fermo per le regole Ncaa, l’anno scorso ha mostrato sprazzi del suo talento, nonostante la squadra non abbia brillato nella Big Ten (ma non sottovalutatela adesso, può sorprendere).

L’avevamo inserito tra le migliori 10 guardie di quest’annata e fin qui ci ha lasciati ampiamente soddisfatti della scelta: nelle prime partite, la guardia canadese ha ripreso da dove aveva lasciato e sta mettendo in mostra le sue doti da grande attaccante.

Ispirazione fraterna

Carr è cresciuto seguendo suo fratello, Duane Notice, di cinque anni più grande, che come lui ha faticato nei primi anni di college prima di mettersi in mostra con South Carolina e arrivare a giocarsi una Final Four nel 2017.

“È stata un’esperienza fantastica per me, perché la mia famiglia è stata in grado di guardare tutte le partite durante ogni turno”, ha commentato Notice. “Anche Marcus era lì, ho potuto leggere nei suoi occhi l’eccitazione che provava in quegli istanti”. A distanza di qualche anno, ora è il fratello minore ad essere la stella della squadra, una Minnesota che deve dimostrare di essere all’altezza di una delle conference più competitive della Ncaa.

Marcus Carr è pronto. E scende in campo avendo come riferimento il suo giocatore di basket preferito, ossia il fratello Duane ora in G-League con i Raptors 905: “È sempre stato il mio modello. Mi ha motivato a dare di più, ogni giorno, in ogni singolo allenamento. Se ora sono un giocatore di livello al college, lo devo esclusivamente a lui”.

Il suo momento

Lo scorso marzo Carr si era dichiarato per il Draft insieme al compagno di squadra Daniel Oturu, poi però ha fatto marcia indietro tornando ai Gophers. Come sta andando? Nelle prime uscite ha segnato 35, 28, 26 e 17 punti. Solido sia al tiro, sia in penetrazione, non si scompone nemmeno quando gli viene richiesto (e capita) di risolverla allo scadere dei 30 secondi. Al momento le sue medie dicono 26.5 punti, 4.3 rimbalzi, 6.0 assist a partita, con percentuali dal campo eccellenti. Converte a canestro il 52.7% delle sue conclusioni che per un giocatore che sta in campo 34.5 minuti per gara e che è l’osservato speciale delle difese avversarie è tanta roba.

Per dirla coi numeri di KenPom: un 121.7 di Offensive Rating combinato a un 30.8 di %Poss sono buoni abbastanza da piazzarlo, per ora, alla #9 del kPOY, classifica usata dal sito per indicare i migliori candidati al POY nazionale. Giusto davanti a Jalen Suggs e tallonando nomi affermati come quelli di Ayo Dosunmu e Jeremiah Robinson-Earl.

Insomma, inizio di stagione coi fiocchi, con tanto di colpi clutch. Ovviamente ci riferiamo al game winner contro LMU. Punteggio sul 64 pari, palla in mano, 5… 4… 3… secondi allo scadere dei tempi regolamentari, palleggio, ancora palleggio, finte e controfinte e poi tripla in step back in faccia al difensore. Swish, solo rete. Peccato che, causa Covid, la Williams Arena non abbia potuto esplodere.

Uno step back da campione, ha detto coach Richard Pitino. “Volevo quel tiro. Sapevo che sarebbe andato dentro. Mi sono detto, cavolo mi hanno aspettato per così tanto tempo, devo fare qualcosa per sdebitarmi. E credo di esserci riuscito”, ha commentato Carr, aggiungendo poi con un sorriso, “Sono stato bravino, per qualche istante son sembrato Kyrie Irving”. Un altro dei suoi idoli.

Quello che è chiaro, è che Carr è un signor attaccante, efficace sia nel tiro dal palleggio che in catch-and-shoot. Un vero three-level scorer, come va di moda dire, con un’efficienza che trasmette belle suggestioni per quest’anno. Il campione di partite analizzabile è ancora piccolo, ma intanto ha il 70.0% al ferro, il 48.4% nei jumper da due punti e il 43.5% da tre. Dati eccellenti, anche se con Hoop-Math vediamo pure che, stranamente, è andato fino in fondo un po’ meno del solito (il 27% delle sue conclusioni sono quelle al ferro).

Sa anche gestire bene le situazioni di pick and roll, visto che appunto è pericoloso al tiro (quindi non battezzabile) ma non è egoista ed è capace di visione e passaggio.

In effetti, le sua qualità di passatore sono forse sottovalutate o passano in secondo piano rispetto alla sua abilità di scorer: lo dimostrano i 6.7 assist di media della scorsa stagione (#4 nella Big Ten per Assist Rate e già prima era stato il #2 nella ACC con Pitt). Un giocatore completo e che parla da leader: “Un assist per un compagno mi dà la stessa gioia di un canestro. Il basket è un gioco di squadra e so che il non dimenticarlo può portarmi lontano”.

Dai, fatela la domanda… ma quindi può giocare nella NBA?

Partiamo dal presente e da una Big Ten in cui ogni partita è un incubo. Il primo scoglio, per nulla facile, sarà raggiungere il Torneo a marzo, cercando di ben figurare, facendo più strada possibile e quindi mettendosi in mostra a livello nazionale. A quel punto si valuteranno le chances da professionista. Gli scout, lo sa anche lui, lo tengono d’occhio, anche perché chi sa fare canestro con facilità piace sempre, a tutte le latitudini.

Il gioco più divertente (e più ingannevole) del college basket è quello delle comparazioni. La grinta, la forza fisica, la tenacia, l’esplosività che sprigiona sul parquet hanno spinto a paragoni con Russell Westbrook, ma forse ragionando nell’ottica del “best case scenario”, che quindi sa più di augurio che di previsione, sia le caratteristiche fisiche (188 cm) che le modalità di gioco e il tiro rapido fanno pensare più a Damian Lillard. La strada è ancora lunghissima per Marcus Carr, ma i primi passi non sono niente male.

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