Quote by Non solo Zion, ecco gli altri re del marketing

Giocatori seguiti in tutto il mondo, icone del marketing, re della comunicazione. Se le squadre cercano i talenti sul campo, le aziende cercano i fenomeni mediatici. Zion è Zion, il carro armato che vola, ma forse non sapete che Bol Bol è un potenziale trendsetter o che Rui Hachimura porta con sé l’intero Giappone. Il Draft comincia con la Lottery, termine che non potrebbe essere più azzeccato per descrivere la natura stessa di questo evento. Il Draft è una lotteria sotto vari punti di vista: si può pescare un All-Star alla chiamata 60, come Isaiah Thomas, ma si può anche sbagliare la prima chiamata assoluta, vuoi per motivi tecnici (chiedere ad Anthony Bennett da Brampton, Canada) o per motivi fisici, come purtroppo accadde con il grande potenziale di Greg Oden. Lo stesso discorso però può essere fatto dal punto di vista extra cestistico perché, insieme a una chiamata alta al Draft, non seguono solo le responsabilità sul campo. Diventare professionisti significa gestire sponsor, business meeting, eventi pubblici, enti benefici. A 19 o 20 anni si passa dall’essere dei normali ragazzi, spesso e volentieri con un passato modesto, ad impersonificare aziende internazionali. Non tutti sono in grado di essere dei ceo.

Ecco quali sono i giocatori su cui un brand dovrebbe assolutamente investire e perché. Si parte da Zion, si finisce con Darius Bazley.

Zion Williamson

Che sorpresa eh? Banale inserire Zion, ma anche inevitabile. Zion ha tutto, a partire dal nome. Si tratta di uno di quei nomi che ti esce naturale dalla bocca, è armonico, uno di quei nomi che da solo costruisce una brand image, come LeBron, Kobe, Cristiano, Tiger.

A questo uniamo il fatto che si parla di lui come del nuovo messia da ormai 3 anni e per ora ha sempre mantenuto le promesse. Ha realizzato la prima copertina di SLAM Magazine a 17 anni appena compiuti, ha dominato ogni circuito liceale in cui ha giocato, per continuare a fare la differenza a Duke, senza dubbio l’ateneo con la maggior pressione ed esposizione mediatica in NCAA.

Di Zion fuori dal campo si è visto poco, se non con la palla in mano e anche da questo punto di vista non ha sbagliato nulla. Il video post eliminazione dal Torneo NCAA in cui lo si vedeva ad allenarsi sui campi demolendo canestri è esattamente quello che i brand vogliono vedere: un misto tra dedizione e naturale abilità di creare immagini che diventano virali. Tutto con il minimo sforzo, quasi senza farlo apposta.

 

La stessa cosa vale per quando, in campo con i Blue Devils, colpì il tabellone con la testa durante una stoppata, o quando rischiò di sgonfiare un pallone con tre dita. Quante volte è stata vista online quella semplice foto? Ecco, infatti.

Zion ha poi aggiunto a un pacchetto già indescrivibile di aneddoti la storia della scarpa rotta nella partita contro North Carolina, davanti agli occhi di Barack Obama. Quasi certamente l’elemento su cui il suo sponsor tecnico costruirà la prima campagna pubblicitaria. La risonanza fu tale che l’account twitter di PUMA commentò in diretta “non sarebbe successo con PUMA”, salvo poi cancellare il tweet. Skechers invece comprò addirittura una pagina sul New York Times per una pubblicità canzonatoria nei confronti di Nike. (Leggi: lo strano caso delle scarpe che esplodono)

Prima ancora di firmare con un brand, Williamson è già stato causa di creazioni di spot e alterazioni del mercato azionario. I brand si picchieranno per firmarlo, secondo Nick DePaula di ESPN sarà la più grande guerra tra aziende di sneakers per un rookie dai tempi di LeBron James, con un contratto pluriennale da almeno 70 milioni di dollari garantiti totali. Quasi certamente vedremo anche una signature line a suo nome già dal primo passo in NBA, cosa estremamente rara. Atleta generazionale se ce n’è uno.