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Non solo Zion, ecco gli altri re del marketing

Autore: Claudio Pavesi
Data: 14 Giu, 2019

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Giocatori seguiti in tutto il mondo, icone del marketing, re della comunicazione. Se le squadre cercano i talenti sul campo, le aziende cercano i fenomeni mediatici. Zion è Zion, il carro armato che vola, ma forse non sapete che Bol Bol è un potenziale trendsetter o che Rui Hachimura porta con sé l’intero Giappone. Il Draft comincia con la Lottery, termine che non potrebbe essere più azzeccato per descrivere la natura stessa di questo evento. Il Draft è una lotteria sotto vari punti di vista: si può pescare un All-Star alla chiamata 60, come Isaiah Thomas, ma si può anche sbagliare la prima chiamata assoluta, vuoi per motivi tecnici (chiedere ad Anthony Bennett da Brampton, Canada) o per motivi fisici, come purtroppo accadde con il grande potenziale di Greg Oden. Lo stesso discorso però può essere fatto dal punto di vista extra cestistico perché, insieme a una chiamata alta al Draft, non seguono solo le responsabilità sul campo. Diventare professionisti significa gestire sponsor, business meeting, eventi pubblici, enti benefici. A 19 o 20 anni si passa dall’essere dei normali ragazzi, spesso e volentieri con un passato modesto, ad impersonificare aziende internazionali. Non tutti sono in grado di essere dei ceo.

Ecco quali sono i giocatori su cui un brand dovrebbe assolutamente investire e perché. Si parte da Zion, si finisce con Darius Bazley.

Zion Williamson

Che sorpresa eh? Banale inserire Zion, ma anche inevitabile. Zion ha tutto, a partire dal nome. Si tratta di uno di quei nomi che ti esce naturale dalla bocca, è armonico, uno di quei nomi che da solo costruisce una brand image, come LeBron, Kobe, Cristiano, Tiger.

A questo uniamo il fatto che si parla di lui come del nuovo messia da ormai 3 anni e per ora ha sempre mantenuto le promesse. Ha realizzato la prima copertina di SLAM Magazine a 17 anni appena compiuti, ha dominato ogni circuito liceale in cui ha giocato, per continuare a fare la differenza a Duke, senza dubbio l’ateneo con la maggior pressione ed esposizione mediatica in NCAA.

Di Zion fuori dal campo si è visto poco, se non con la palla in mano e anche da questo punto di vista non ha sbagliato nulla. Il video post eliminazione dal Torneo NCAA in cui lo si vedeva ad allenarsi sui campi demolendo canestri è esattamente quello che i brand vogliono vedere: un misto tra dedizione e naturale abilità di creare immagini che diventano virali. Tutto con il minimo sforzo, quasi senza farlo apposta.

 

La stessa cosa vale per quando, in campo con i Blue Devils, colpì il tabellone con la testa durante una stoppata, o quando rischiò di sgonfiare un pallone con tre dita. Quante volte è stata vista online quella semplice foto? Ecco, infatti.

Zion ha poi aggiunto a un pacchetto già indescrivibile di aneddoti la storia della scarpa rotta nella partita contro North Carolina, davanti agli occhi di Barack Obama. Quasi certamente l’elemento su cui il suo sponsor tecnico costruirà la prima campagna pubblicitaria. La risonanza fu tale che l’account twitter di PUMA commentò in diretta “non sarebbe successo con PUMA”, salvo poi cancellare il tweet. Skechers invece comprò addirittura una pagina sul New York Times per una pubblicità canzonatoria nei confronti di Nike. (Leggi: lo strano caso delle scarpe che esplodono)

Prima ancora di firmare con un brand, Williamson è già stato causa di creazioni di spot e alterazioni del mercato azionario. I brand si picchieranno per firmarlo, secondo Nick DePaula di ESPN sarà la più grande guerra tra aziende di sneakers per un rookie dai tempi di LeBron James, con un contratto pluriennale da almeno 70 milioni di dollari garantiti totali. Quasi certamente vedremo anche una signature line a suo nome già dal primo passo in NBA, cosa estremamente rara. Atleta generazionale se ce n’è uno.

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Bol Bol

La moda non è mai stata così importante come in questi anni. Grazie ad account dedicati come LeagueFit, B/RKicks, SLAMKicks (tutti con centinaia di migliaia di followers), i giocatori NBA sono diventati alcuni dei principali fashion influencer negli sport americani. Essendo la NBA la lega americana più vista al di fuori degli USA, ecco che i giocatori NBA sono i nuovi tastemakers globali. Ora che anche nel Vecchio Continente i ragazzi fanno camp out per acquistare le sneakers più limitate, molte delle quali vengono rivendute a prezzi elevatissimi, Bol Bol si erge a nuovo sneakers/hype king di questa generazione di cestisti.

Già ora alcuni giocatori NBA non tecnicamente a livello dei colleghi All-Star hanno maggior copertura mediatica grazie al loro stile o legami con alcuni brand. Pensiamo al re delle sneakers P.J. Tucker, all’uomo Supreme per eccellenza J.R. Smith, legato al brand al punto tale da averlo tatuato sul polpaccio, o al trend setter Kelly Oubre, fino a Nick Young, giocatore che pur essendo fuori dalla NBA riesce, grazie alla moda, a mantenersi mediaticamente rilevante.

Ecco Bol Bol non ha nulla da invidiare a queste persone dal punto di visto della moda, essendo noto già ora per la sua collezione di sneakers e passione per lo streetwear. Non solo, è un ragazzo molto sveglio perché unisce a questa sua passione per lo stile anche un’attenzione molto adulta e imprenditoriale. Il figlio di Manute ha annunciato la scelta di giocare ad Oregon in un articolo per The Players’ Tribune, il che è già una mossa ben calcolata e tutt’altro che banale. Nell’articolo ha spiegato come il legame tra Oregon Ducks e Nike sia stato importante nella sua scelta.

Oregon è infatti l’ateneo prediletto dello Swoosh, nonché il più vicino alla sede centrale, e da sempre i Ducks sono fieri possessori delle maglie più nuove, delle scarpe dalle colorazioni più esclusive e molto altro. Nello stesso articolo ha poi detto che Oregon lo ha colpito per la sua brand identity sui social media, altro elemento per lui fondamentale. Nel caso non l’aveste notato, nel servizio fotografico che accompagna l’articolo su The Players’ Tribune, Bol Bol è vestito con una delle linee di abbigliamento più attese di quell’anno, quella di Supreme in collaborazione con Stone Island. Nella sua precedente video intervista per Ballislife invece appariva con tutore Supreme e anche in questo caso non aveva esitato a parlare di sneakers.

Se la moda non bastasse, Bol Bol aggiunge al già intrigante pacchetto la sua storia personale. Non solo è il figlio dell’ormai defunto Manute Bol, icona della NBA anni ‘80 e ‘90, ma è anche un rifugiato politico. Il governo sudanese accusò Manute di essere una spia americana, così Bol Bol e la madre scapparono in Egitto per arrivare poi in America mesi dopo per via di problemi col visto. La storia è di per sé interessante e ricca di spunti (ve l’abbiamo raccontata qui), lo diventa ancora di più se la applichiamo agli attuali Stati Uniti governati da Trump e la sua politica anti-immigrazione. Non dimentichiamo nemmeno l’importanza dell’impegno politico per i brand al giorno d’oggi: dalla scelta di Nike di utilizzare come testimonial l’attivista e ormai ex quarterback NFL Colin Kaepernick, fino alle posizioni pro ambiente di Patagonia, quelle a favore di immigrati e rifugiati di Microsoft (partita e capitanata però da Chobani) e le campagne pro integrazione razziale realizzate da Airbnb. Questo panorama è terreno fertile per l’immagine di Bol Bol.

Bol Bol si è confermato un ragazzo molto intelligente perché è passato dall’essere molto attivo sui social, a uno stato di semi-silenzio mediatico, cancellando anche tutte le foto ad eccezione di quelle esclusivamente dedicate al basket giocato. Ottima mossa perché impedisce ai brand con cui tratterà insieme al suo agente di avere punti di riferimento o elementi su cui appoggiarsi per indirizzare la mediazione.
Non stupitevi se tra un anno i vostri amici o amiche fashion victim che non seguono il basket sapranno riconoscere perfettamente Bol Bol pur ignorando i nomi di Kevin Durant o Kawhi Leonard.

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Rui Hachimura

Non è facile capire dove andrà a giocare l’ex Gonzaga in NBA. Nei vari mock draft passa dalla 6 alle 18 con facilità (nel nostro super mock draft è dato alla 15), l’unica cosa certa è il suo potenziale dal punto di vista del marketing. Hachimura è dotato di un sorriso innocente quanto magnetico, incastonato in un viso che al meglio rappresenta l’unione del mondo giapponese, la più ampia e particolare civiltà asiatica, con quello del Benin, la più antica e ricca cultura africana. Già solo fermandosi qui ci sarebbe materiale per pagine di riviste e libri, così come terabyte su terabyte di video, ma Hachimura aggiunge altro. O meglio, il Giappone aggiunge altro.

Il regno del neo imperatore Naruhito si è sempre più avvicinato al basket negli ultimi anni. Dalle pagine del fumetto Slam Dunk alla carriera collegiale di Yuta Watanabe, fino all’exploit di Hachimura. Il ragazzo il cui nome significa letteralmente “base del campo di baseball” arriva in un momento fondamentale e perfetto: un ragazzo di famiglia mista si avvicina al palcoscenico americano in un periodo socio-politico complesso.

Al tempo stesso, la nazionale giapponese di calcio si trova nel mezzo di una ricostruzione di un gruppo arrivato alla fine di un ciclo e il principale atleta locale, la stella del baseball Ichiro Suzuki (eroe sportivo di Hachimura) ha appeso il guantone al chiodo. In questo particolare scenario, il basket sta guadagnando punti. Yuta Watanabe ha giocato alcune partite con i Memphis Grizzlies e tuttora è nel loro sistema (G-League), Makoto Hiejima invece è invitato al prossimo mini-camp di giugno dei Dallas Mavericks. Moltissimi giornalisti giapponesi hanno seguito in loco il torneo NCAA di Gonzaga e, anche grazie a Rui, il Giappone si è qualificato alla quinta FIBA World Cup della sua storia, la prima dal 2006 (anno in cui si qualificò solo perché paese ospitante).

Il Giappone si è qualificato davanti a un Toyama Gymnasium stracolmo, pronto a esplodere, così come sarà in occasione dei Mondiali FIBA 2023 che si giocheranno, tra gli altri, anche in Giappone. Non dimentichiamo che le Olimpiadi 2020 saranno a Tokyo, l’evento sportivo più seguito al mondo in cui la nazione ospitante punterà tutto sui due atleti che rappresentano il “nuovo” Giappone: Rui Hachimura e Naomi Osaka, l’attuale tennista numero uno al mondo. Due atleti ventenni provenienti da una famiglia mista.

Rui Hachimura - Gonzaga

Rui Hachimura – Gonzaga

Va considerato anche che il Giappone è forse oggi il principale paese mondiale nel quale vanno di pari passo la tecnologia e la moda, realtà che offrono infinite possibilità di accordi commerciali per una futura cover star come Hachimura. I brand giapponesi sono già in fila: secondo CBSsports.com Mizuno e Asics hanno pensato di entrare nel mondo del basket solo per seguire la carriera di Hachimura, un po’ come hanno appena fatto New Balance e Puma, due marchi peraltro incredibilmente popolari in Giappone. Hachimura rappresenta un potenziale inquantificabile per un grande marchio: un giocatore dall’apparente solido futuro NBA, primo giapponese di sempre scelto al primo giro nella storia del Draft NBA, un’icona in un paese straniero come il Giappone, così tradizionale e così moderno, così legato alla propria cultura, alla propria moda e così al tempo stesso influenzato dal mondo occidentale, dotato peraltro di un potenziale di spesa elevatissimo.

Recentemente l’agenzia che rappresenta Hachimura, Wasserman, ha rilasciato delle dichiarazioni in occasione dello shooting per la copertina di GQ Japan dedicata all’ex Gonzaga: “I brand se lo stanno contendendo. Sarà una superstar, e dal punto di vista del marketing ha un potenziale che non avevamo mai visto”.

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Al posto giusto al momento giusto

I jolly veri in questa categoria sono quei giocatori che vengono catapultati nei grandi mercati. Prendiamo come esempio Kyle Kuzma. Atleta poco popolare da Utah, non il più glamour dei college, le cui buone prestazioni in un mercato grande come Los Angeles gli hanno permesso di esplodere sui social media, piattaforma in cui comunica molto il suo amore per la moda.

Ed ecco che Kuzma è così diventato il primo giocatore NBA a chiudere un contratto di sponsorizzazione con il portale di reselling GOAT. Ergo, basta essere al posto giusto nel momento giusto per poter prendere il volo dal punto di visto del marketing. In questo senso non possiamo fare molte previsioni ma diciamo solo che se R.J. Barrett o Darius Garland dovessero arrivare a New York o Los Angeles, come è possibile, una puntata sull’esplosione della loro immagine e la chiusura di qualche importante contratto di sponsorizzazione sarebbe da fare. PS. Garland ha già firmato con Klutch Sports Group, l’agenzia di Rich Paul che gestisce, tra gli altri, Ben Simmons, Anthony Davis e LeBron James. Oltretutto è già comparso diverse volte nelle Instagram Stories di King James. Al giorno d’oggi, non esiste endorsement più forte di questo.

Genio o follia?

Intrigante situazione è quella che circonda il punto interrogativo di questo Draft: Darius Bazley. Il talento di Boston era l’anno scorso uno dei più quotati liceali d’America ma il ragazzo ha deciso di non giocare al college. Per lui nemmeno alcuna esperienza oltreoceano, né in Europa, alla Brandon Jennings, né altrove, alla Emmanuel Mudiay. Bazley ha firmato un contratto con le neonata sezione basket di New Balance, diventando letteralmente uno stagista da 1 milione di dollari in un anno (il progetto NB si chiama letteralmente “The Intern“). Ora andrà al Draft NBA ma, non avendo giocato, i mock lo prevedono verso la metà del secondo giro, ben più indietro rispetto a un annetto fa.

Darius Bazley New Balance

Darius Bazley New Balance

Di positivo c’è che Bazley non solo si è allenato in questo anno, ma ha anche provato una nuova esperienza professionale che lo renderà più consapevole nel trattare i suoi prossimi contratti insieme al suo agente, ossia corsi su marketing e digital branding sempre con New Balance. Di fattohè già uno dei due uomini chiave di un brand storico e americano insieme alla stella dei Raptors Kawhi Leonard, atleta che ha letteralmente trascinato il marchio NB sul più alto palco immaginabile: quello della premiazione del titolo NBA, vinto peraltro come MVP. Ancora più importante, Bazley oltre al contratto ha anche un accordo per far partire una web serie con New Balance, cosa che i suoi coetanei non hanno fatto e in tanti, tantissimi, non faranno nemmeno dopo essere stati scelti 15 o 20 posizioni prima di lui al Draft. Se nei prossimi due anni la situazione tra Bazley e NB dovesse rimanere solida, allora il ragazzo di Boston e il brand concittadino potrebbero aver aperto le porte a una nuova alternativa al mondo collegiale. Se in più Bazley dovesse confermarsi anche sul campo, si potrebbe dare il via alla nuova moda degli Intern.

Il segreto di Pulcinella

C’è poco da dire, il segreto è sempre lo stesso: fare bene sul campo. Pensiamo ai giocatori che ora hanno una signature line con un grande brand di calzature e cerchiamo di capire quanti tra di loro non si sarebbero mai aspettati un trattamento del genere usciti dal college. Sicuramente mai ci saremmo aspettati di vedere una signature line dedicata a Paul George, Kawhi Leonard, Damian Lillard, Donovan Mitchell, Tony Parker e Klay Thompson quando, anche solo verso la fine della loro prima stagione NBA, si poteva già intravedere un raro talento per il gioco. L’abilità di accrescere questa abilità potenziale al livello di superstar è ciò che passa tra ricevere ottimi bonifici e altri che sono invece fantasmagorici. Per questo, oltre ai giocatori citati, quelli meno quotati o meno interessanti dal punto di vista della storia personale, se si dedicheranno al campo faranno piovere accordi.

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