Quote by Josh Christopher, il mamba di Arizona State

Rullo di tamburi, sigla della 20th Century Fox e poi sugli schermi volano le immagini di un meteorite che si schianta nel deserto dell’Arizona. No, non è l’inizio di Thor I ma il primo tempo di Josh Christopher contro Villanova.

Il prodotto di Mayfair HS ci ha messo poco a prendersi attenzioni e responsabilità ad Arizona State. Pronto come se non fosse un freshman, esplosivo come nitroglicerina, Christopher in campo si trasforma: da adolescente in cerca dell’ultimo modello di Jordan 1 al mamba che distrugge la faccia di Budd in Kill Bill 2. Perché il mamba? Perché un Cali Kid come lui non poteva che crescere nel mito di Kobe e dello Showtime. Il primo l’ha omaggiato, rivelando la sua destinazione al college un bel giorno d’aprile alle ore 8 e 24 spaccate. Per quanto riguarda il secondo, dal suo impatto in D1 potete dedurre che gli piace fare spettacolo.

Un affare di famiglia  

Mancino come Harden, ad Arizona State come Harden, con lo stesso numero di maglia di Harden: Josh Christopher, alla sua seconda partita in Ncaa contro i Wildcats, ha fatto drizzare le antenne di molti: 28 punti, 3/5 da tre e una serie di penetrazioni, schiacciate in backdoor e mid range jumper che hanno fatto salivare chiunque.

La sorella Paris gli aveva consigliato di rifiutare la G-League (dove invece giocherà il suo vecchio compagno di AAU, Jalen Green) e quindi adesso ce lo possiamo godere in una ASU a trazione anteriore. Quando gioca, sembra una molecola instabile in cerca di un legame. A ogni canestro corrisponde un’esultanza rabbiosa. A ogni rimbalzo preso, da lui o dai compagni, segue una corsa forsennata verso il ferro, spesso con risultati di questo genere.

 

È impressionante il modo nel quale riesce a coniugare l’aggressività con cui gioca quando ha il pallone in mano e la lucidità di quando si trova a difendere o ad operare off the ball. Il suo stile di gioco feroce è frutto delle tante delusioni giovanili: i trofei vinti da piccolo senza mettere piede in campo, le sconfitte al campetto subite da Paris, ex giocatrice di Saint Mary’s, e le poche attenzioni su di lui in una California come al solito strapiena di talenti d’élite, in cui giocavano i vari Marvin Bagley, Bol Bol e LaMelo Ball. 

Jalen Green Josh Christopher

In California, Josh Christopher ha condiviso i riflettori con Jalen Green (qui a sinistra): compagni di squadra in AAU e protagonisti a loro insaputa di Fan Fiction su Wattpad

A consolarlo, c’è sempre stata la sua famiglia. Ultimo di quattro figli, ha visto nei maggiori Paris e Patrick, ex giocatore degli Utah Jazz, dei mentori fondamentali; in Caleb, di due anni più grande, il guardiano che l’ha sempre accompagnato.

Anche il numero di maglia che porta deriva dal rapporto con la famiglia. Papà Laron, quattro figli con due mogli diverse, ripeteva sempre questo versetto dei salmi: “Ecco quant’è buono e quant’è piacevole che i fratelli vivano insieme!”. Il versetto in questione è il 133:1. Caleb e Josh hanno sempre giocato insieme, sin dalle scuole medie, uno con il 13 e l’altro con il 3. Un significato speciale per convincere James Harden a lasciargli il numero di maglia.

Un Hurley per amico

Josh Christopher ha preferito Arizona State a Michigan (la favorita) e ad Howard (visitata insieme a Makur Maker sei mesi prima dello scoppio delle recenti proteste razziali negli States). Due semplici motivi per questa scelta: la presenza del fratello Caleb e quella di Bobby Hurley. Il coach dei Sun Devils l’ha definito “speciale” perché è l’unico giocatore in tutta la sua carriera ad aver richiesto un colloquio con lui per chiedergli di essere più duro nei suoi confronti. Bel coraggio a chiederlo ad un Hurley.

Coach Bobby, quello pacato della famiglia Hurley

Di certo poi non ha guastato, nella decisione, la reputazione dell’ex coach di Buffalo nello sviluppare le guardie. Tra Holder, la crescita di Remy Martin e Luguentz Dort arrivato ai playoff Nba: tutti hanno beneficiato dal lavoro con Hurley, PG leggendaria nella Duke dei primi anni ’90. Christopher spera di essere il prossimo. E ha parecchie armi per farcela.

C’è molto da ammirare nel suo gioco. È una minaccia imprevedibile dal perimetro, raccoglie il palleggio in un amen e può prendersi una tripla (clip 1) o attaccare dal pick and roll, ma anche lavorare lontano dalla palla (2), correre sui blocchi e accendersi a difesa già mossa, attaccando lo spazio aperto con una velocità che offre poco il fianco ad aiuti (3).

 

In uno-contro-uno, il ball handling gli permette di scherzare l’avversario in crossover e di puntare il ferro, per poi coordinarsi in maniera adatta per aggirare il contatto.

 

Può attaccare i close-out e cambiare scelta in corsa senza perdere il vantaggio creato.

 

In transizione è micidiale. L’abbiamo già visto una decina di volte prendere il rimbalzo, accelerare verso l’area avversaria e compiere la scelta migliore: passaggio in angolo, mid range jumper, attacco al ferro. Ma sa anche quando non serve strafare, cioè quando è il caso di riaprire immediatamente il gioco per i compagni.

 

Quando prende velocità è complicatissimo da arginare. Il fatto che condivide il backcourt con un candidato POY come Remy Martin e delle guardie versatili come Holland Woods, Alonzo Verge e Jalen House, lo porta a non forzare e prendersi solo i tiri giusti al momento giusto, per ora.

 

Ci aspettiamo una maggiore costanza al tiro da tre (tolta Villanova, ha fatto virgola), soprattutto in situazioni di catch-and-shoot, dove finora non ne ha segnata neanche una. Dal palleggio comunque è una sentenza anche dal mid range, soluzione usata spesso.

È molto coinvolto dal punto di vista difensivo, dove Arizona State non può permettersi di avere due difensori sotto il par sul perimetro e soffrire sotto canestro dove ci sono solo mezzi lunghi a sbattersi. Lui risponde sempre presente, utilizzando il fisico per rimanere davanti all’attaccante o per forzare la rubata.

Be Like Kobe

Nei due anni ad Arizona State, James Harden non ha superato il 14° posto nel ranking e il secondo turno nella March Madness. L’obiettivo di JayGup (“pesciolino”, il nomignolo di quando era piccolo perché il fratello era PatFish) e dei Sun Devils è come minimo superare il primo weekend di marzo, cosa che non avviene dal 1995.

Sarà complicato, vista la conformazione del roster che li porta a soffrire sotto canestro, specialmente in una Pac-12 che non ha troppo tonnellaggio in area ma è comunque piena di lunghi interessanti (Evan Mobley e N’Faly Dante su tutti). Sarà compito di ali come Marcus Bagley (tenetelo d’occhio) e dello stesso Christopher dare una mano rimbalzo.

I propositi per il futuro sono chiari: la Nba, via Draft. La classe di questa stagione sembra essere molto talentuosa e profonda: Christopher comunque ne fa parte a pieno titolo. Suo fratello ci ha giocato, l’amico di famiglia Taeshaun Prince pure (alla grande), si è allenato con Ja Morant e, come accennato prima, ha parlato con James Harden per la questione del numero di maglia. Insomma, dal punto di vista delle relazioni diplomatiche già ci siamo.

Per un classe 2001 come lui, il Be Like Mike si è trasformato in Be Like Kobe. Infatti, nelle interviste di rito appena successive alle decisione del college, alcuni giornalisti gli hanno chiesto se Bryant fosse il suo riferimento: “Siamo fatti della stessa pasta” ha risposto. Ora però parla solo il campo. E finora, ha parlato bene.

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