Quote by Da Williamson a Reid, l’esordio dei freshman

Ve li abbiamo presentati nella pre-season, ora li abbiamo visti in campo. Qualcuno ha sentito di più l’emozione, qualcun altro ha fatto capire subito che quest’anno ci sarà da divertirsi. Eccome.

Non solo quelli scesi in campo a Indianapolis, vediamo le prime impressioni dopo l’esordio nel college basket dei freshman più attesi.

Zion Williamson (Duke): la domanda che si fa qualsiasi appassionato di pallacanestro è ora una sola: si era mai vista una cosa del genere al college? La risposta è no. Stazza, ball handling, velocità e anche mano morbida, tutto il repertorio di un fenomeno 18enne in 23’ chiusi con 28 punti, due soli tiri sbagliati e la netta sensazione che questo sia solo l’inizio. Schiacciate ok, fisicità pure, ma che potesse tirare da 3 o condurre il contropiede in questo modo, lo sapevano in pochi.

 

RJ Barrett (Duke): prende in mano la partita dal 1’ e la domina fino alla fine come se in vita sua non avesse fatto altro che giocare davanti a 20mila persone in diretta nazionale. Quando va a sinistra non c’è contatto che tenga, ma segna praticamente da ogni dove: 33 punti sono il record per un freshman di Duke al debutto, vediamo quanti altri ne frantumerà ancora.

 

Cam Reddish (Duke): lui è la mazzata finale, quello che fa cadere le braccia. Perché se stare dietro agli altri due sarà molto difficile per tutti, controllarne tre potrebbe essere impossibile. E invece c’è anche lui, come ha fatto capire subito ai ragazzi di Kentucky: 2/2 da 3 nei primi 4’ con la scioltezza e la fiducia del tiratore vero, anche se poi ha proseguito con 1/6 dal’arco. Ma sa segnare in tanti modi, meglio non sottovalutarlo.

 

Keldon Johnson (Kentucky): atletico è atletico, ma la cosa che più è piaciuta nel suo esordio è stata la personalità con cui ha affrontato la valanga che gli è piovuta addosso a Indianapolis. Mentre tutti i suoi compagni si sono lasciati travolgere, lui almeno ha reagito e combattuto.

Bol Bol (Oregon): uhm, non quello che si direbbe un esordio da ricordare. Meno mobile e sciolto di quello che si era visto in preseason, ha avuto problemi di falli che lo hanno condizionato per tutta la partita, chiusa comunque con 12+12, la prima di una lunga serie di doppie doppie. E nell’area dei Ducks meglio che gli avversari capiscano in fretta che quest’anno c’è lui

 

Nassir Little (North Carolina): in campo 20 minuti e non nel finale di partita contro Wofford. Ha scelto di non strafare, cercando di non forzare e di non commettere errori. Nei forum dei tifosi di UNC è stata molto discussa la scelta di coach Roy Williams di farlo partire dalla panchina. Alla fine 7 punti con 2/3 da 2 e 1/2 dall’arco e 2 stoppate, anche se la difesa è stata la parte di gioco in cui ha mostrato più incertezze.

 

Quentin Grimes (Kansas): Primo tiro disponibile: tripla e canestro. Seconda tripla, altro canestro. Terza tripla, stessa storia. Nel frattempo c’è stato anche un appoggio in contropiede. Totale: 11 punti con 4/4 al tiro in pochi minuti e con una naturalezza da veterano. Nel finale della gara contro Michigan State è stato poi meno intraprendente e meno decisivo, ma ha chiuso con 21 punti e 6/10 dall’arco la sua prima gara Ncaa. Promosso a pieni voti.

 

Romeo Langford (Indiana): “Avevo bisogno di vedere la prima palla che entrava dentro la retina” ha commentato a fine gara. Primi 10 minuti da dimenticare e in più Chicago State ha giocato a zona, rendendo più complessa la manovra offensiva di Indiana. Ultimi 10 minuti del secondo tempo: 16 punti. Modalità “draft Nba” inserita e Hoosiers passati dal +7 al +21. Ha chiuso con 19 punti. Le pecche, 0/3 dall’arco e 5/11 dalla lunetta, ma partita solidissima da leader.

 

Darius Garland (Vanderbilt): ha iniziato piano, sbagliando qualche tiro. Poi, pian piano che ha preso confidenza ha fatto a polpette una coriacea Winthrop. A un certo punto sembrava ovunque. Veloce, con ottimo ball-handling e buona fiducia nel suo tiro (24 punti con 3/7 da 3 alla fine) ha trascinato con carisma Vanderbilt alla vittoria. La coppia con Simi Shittu sarà molto divertente da guardare.

 

Charles Bassey (Western Kentucky): Il fisico da pro è lì sotto gli occhi di tutti così come il potenziale da lottery pick, si è riclassificato e si nota nella mancanza di maturità cestistica (fuori per 5 falli, alcuni banali). Dopo un buon primo tempo, nel secondo soffre l’intensità della difesa di Washington e viene oscurato da Dickerson. Prova sufficiente, ma promettente: alla fine è comunque doppia-doppia da 11+12 con alcuni flash da potenziale rim protector (2 stoppate). La sensazione è che, allontanandolo dal ferro, diventi innocuo perchè la mano è quella che è, come dimostra l’1/4 ai liberi.

Naz Reid (LSU): occhio perchè questo non è solo uno dei lunghi, ma proprio uno dei giocatori più interessanti e particolari arrivati quest’anno. Gli piace un po’ troppo giocare da point forward ma è troppo grosso (e un filo grasso) per farlo, gli piace un po’ troppo giocare il pick and pop (e l’1/5 da 3 non è proprio da stropicciarsi gli occhi), ma l’arsenale offensivo è di primo livello e la sua presenza in campo non passa mai inosservata. Da seguire.

 

E chiudiamo la nostra rassegna con un freshman che per ora ha conquistato i social, ma zitto zitto potrebbe anche guadagnarsi un posto tra i pro. A una prima occhiata, Matthew McClung (Georgetown) potrebbe essere uno dei tanti giocatori sfigati bianchi che passano nel college basket, e invece no. Ecco perchè: