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Texas fa sul serio, Kentucky fa finta

Matt Coleman Texas Indiana Maui
Autore: Redazione BasketballNcaa
Data: 7 Dic, 2020

Archiviata la seconda settimana, Texas vuole proprio farci rimpiangere di non averla messa nella Preseason Top 25 (l’ultima che avevamo tagliato, poi gli Dei del Basket ci hanno punito due volte subissando d’infortuni la scommessa Louisville).

Texas ha battuto Davidson, Indiana, North Carolina e ha dato filo da torcere a Villanova. In sei anni di gestione Shaka Smart, non è mai apparsa così pericolosa e compatta, a partire da un Matt Coleman in forma strepitosa. Apriamo la nostra pagella proprio con quest’ultimo, che se lo merita.

 

Matt Coleman III (Texas). Il voto potremmo darlo anche alla squadra tutta – sì, anche se ha perso con Villanova – ma ci va di premiare questo veterano in ascesa: 16.4 punti e 4.6 assist di media in 5 partite, continuando a progredire come minaccia perimetrale (40.7% da tre su 5.4 tentativi). Coleman è un concentrato di energia in appena 188 cm d’altezza: se gli si lascia un corridoio aperto, può fare onde attaccando il ferro. Da bravo leader, a Texas è lui ad avere la palla in mano quando scotta (cosa già vista l’anno scorso, chiedete a Oklahoma). Contro UNC non ha deluso ed è stato lui a mettere il tiro per portare a casa il Maui Invitational.

Fran Fraschilla. Ci piacciono il carisma di Raftery e la follia di Walton, la serietà di Farnham e l’esperienza di Dakich (meno i suoi pipponi da boomer inacidito), ma se dobbiamo fare una media fra tutte le qualità necessarie di un color commentator, il buon Fran è probabilmente il re dei re nel college basketball. Texas-Villanova è stata un vero piacere per gli occhi e la sua telecronaca una gioia per le orecchie: la solita marea di begli appunti tecnico-tattici, un po’ di retroscena, una hot take che forse tanto hot non è (il miglior prospetto da Draft di Texas sarebbe Kai Jones, non Greg Brown) e, alla fine, pure un’imitazione di Dick Vitale. Perfetto.

 

Adam Flagler (Baylor). Scott Drew è sempre stato un mago nel pescare i giocatori giusti tra i transfer e lo ha confermato anche quest’anno. Da Presbyterian, cioè da una delle squadre più scarse della non eccelsa Big South, è arrivato nel Texas una guardia che ha trovato subito spazio nel reparto più forte dei Bears, con 15.7 punti e il 45% da tre, partendo dalla panca ma finendo le gare in campo. Come nel big match con Illinois, quando è stato fondamentale nel break a metà ripresa e ha chiuso come miglior marcatore di Baylor con 18 punti.

Eugene Omoruyi (Oregon). Poteva iniziare meglio? Sì, vincendo tutte e due le gare giocate, ma non è colpa sua. Ci aspettavamo buone cose ma l’ex Rutgers si è presentato davvero tirato a lucido ed è andato oltre le previsioni: prima 31 punti e 11 rimbalzi contro Missouri, poi 22 punti contro Seton Hall. Fisico megaroccioso (198 cm per 107 kg) ma dinamico, ha un piglio aggressivo senza strafare e un tiro che pare promettere bene (31.1% da tre l’anno scorso, ma la meccanica è buona ed è partito con un 4/10). Con L.J. Figueroa finalmente eleggibile, manca solo Will Richardson all’appello (torna a metà gennaio), ma Oregon può fare bene già ora.

 

Jalen Wilson (Kansas). 15.0 punti e 8.8 rimbalzi in 26 minuti di media non sono brutte stat, soprattutto per un freshman, soprattutto a Kansas. Ok, Wilson è un redshirt freshman, ma non è che i due minuti e mezzo passati in campo nella scorsa stagione prima d’infortunarsi lo abbiamo reso particolarmente esperto. Subito in quintetto con tanta fiducia da coach Bill Self per ora tutta ripagata, è sostanzialmente grazie ai suoi 21 punti nella ripresa se i Jayhawks hanno battuto Kentucky. E anche nella vittoria più complicata del previsto contro North Dakota State ha chiuso con una doppia doppia da 14+15.

Aaron Henry (Michigan State). La conferenza stampa di coach Tom Izzo dopo la vittoria contro Duke è stata in gran parte dedicata a lui, anche perché allenatore e giocatore sono legati da un rapporto amore/odio. Izzo sperava che Henry cambiasse modo di giocare e il ragazzo dell’Indiana ha risposto presente. Ad oggi c’è un solo giocatore in tutta la Ncaa che viaggia alla media di almeno 10 punti, 5 rimbalzi, 5 assist e 2 stoppate. Lui. Manca ancora il tiro da tre (1/12 per un giocatore che in carriera ha il 36%), ma la sensazione è che possa cambiare qualsiasi partita offensivamente e difensivamente.

 

Jermaine Samuels (Villanova). Essere decisivi con un 2 su 7 dal campo. Il senior è ormai la quintessenza del glue guy e una pedina mai abbastanza celebrata per la sua utilità, ormai diventata manifesta dall’anno scorso. Contro Texas, giocate d’impatto nelle due metà campo e una vagonata di rimbalzi (12) contro una squadra di grande fisicità, il tutto giocando con una mano malconcia. Peccato per il poster mancato su Greg Brown, che però resta una buona fotografia della fiducia enorme con la quale gioca adesso. Non avrà la stessa pulizia tecnica di certi compagni, ma le stellette di Vero Wildcat non gliele può togliere nessuno.

Ethan Esposito (Sacramento State). Nell’ultimo pezzo sugli italians, abbiamo parlato dell’impatto di Cubaj, delle speranze di Lever e dei segnali dati da Woldetensae e Poser, però anche lui merita una menzione dopo il weekend appena passato. Sac State ha fatto due su due contro Idaho in un antipasto di conference season e il napoletano è stato un fattore in tutte e due le gare: 16 punti, 8 rimbalzi, 2 assist nella prima; 14 punti e 11 rimbalzi nella seconda. Ha dominato sotto i tabelloni, è andato in lunetta come e quanto deve, ha mostrato qualcosa nel jumper e ha fatto tutto questo sopportando dei fastidi a una caviglia. Bravo.

 

DePaul. Occhio, qui parliamo delle ragazze. Sì, hanno preso 41 (!) punti di scarto da Louisville e quindi adesso usciranno dalla AP Poll. Però loro sono fra le pochissime in D-I a portare la mascherina in campo. Tutte, nessuna esclusa (in ambito maschile invece si sono visti solo degli esempi sparuti). Per un po’ di tempo c’è stato del malumore in squadra, ma adesso nessuna fa una piega. E il Chicago Tribune ha giustamente dato risalto alla loro tenacia.

Kansas. Il voto non è tanto per le prestazioni, visto che anche contro North Dakota State i Jayhawks hanno fatto fatica, ma per la continuità. La squadra è stata infatti inserita nella Top 25 dell’Associated Press per la 222esima settimana consecutiva (per trovare una settimana senza Kansas bisogna tornare al 2009). La squadra allenata da Bill Self ha battuto così UCLA, che deteneva il precedente record di permanenza (stabilito negli anni 1966-1980).

 

North Carolina. In ampio rodaggio, ma per il momento non ci sono grandi presupposti per riscattare la scorsa pessima stagione. Armando Bacot fa sempre venir voglia di menarlo, Caleb Love sparacchia senza pietà, la panchina produce poco e si salvano solo i veterani Leaky Black e Garrison Brooks. Ma anche loro non sono bastati per evitare la sconfitta con Texas.

Jeremy Roach (Duke). Ok che non era atteso come scorer ma più come floor general, però nell’avvio di stagione un po’ complesso per la nuova coppia di guardie dei Blue Devils, lui è quello che sta deludendo maggiormente. Il tabellino delle prime tre partite dice 16 punti, ma non di media, in totale: 6 la prima, 6 la seconda e 4 contro Bellarmine. Il tutto prendendo pochi tiri (3/6 da due, 2/7 da tre) il che indica da una parte un “pass first player”, ma dall’altra un atleta che si prende pochissime responsabilità. Il tutto considerando che al momento in difesa non solo non è efficace come lo era Tre Jones, ma manco come lo è Jordan Goldwire.

 

Kentucky. È la squadra di power conference più giovane del college e la seconda in assoluto, ma ormai ci siamo abituati. La nuova pattuglia di freshmen ha talento fisico come raramente si è visto a Lexington, ma sembra che abbiano tutti iniziato a giocare a basket una settimana fa. Mani quadre al tiro, spaziature da incubo e qualità dei passaggi a livello del peggiore “beer basket” estivo. Contro Georgia Tech (l’irresistibile GT che veniva da due sconfitte di fila con Georgia State e Mercer) sono finalmente riusciti a ritrovare la mira (8/19 da tre). E come han fatto a perdere di 17 punti? Buttando via 21 palloni, alcuni dei quali in maniera surreale.

Northwestern. Ha fatto il proprio dovere, vero, però non possiamo far finta di nulla davanti ai peggiori dieci secondi di pallacanestro prodotti da chicchessia quest’anno. Contro la modestissima Arkansas Pine Bluff, si sono messi in quattro a stendere un tappeto rosso in transizione difensiva. Poi, subito dopo l’inevitabile canestro, rimessa e palla direttamente in mano all’avversario che aveva appena segnato. Coach Chris Collins non era contento, ecco.

 

Ed Cooley (Providence). Il voto non è per l’inizio modesto della squadra ma per l’ennesima sparata che il coach poteva risparmiarsi. Quest’anno è saltato il derby con Rhode Island e lui ha liquidato la faccenda con un “That shit is dead, man” perché, dice, “ci sono pesci più grossi di URI” e i suoi Friars hanno ben altro a cui pensare, cioè il titolo della Big East (sì, auguri!). Proprio le parole adatte da chi ha perso malamente due degli ultimi tre rivalry game giocati. C’è chi apprezza la sua assenza di peli sulla lingua, ma se essere onesti significa toccare certi livelli di boria, viene quasi da preferire la diplomazia polverosa di molti suoi colleghi.

Micah Potter (Wisconsin). Il voto a causa di una singola azione. Nell’ultimo possesso della gara tra Marquette e Wisconsin, col punteggio in parità, D.J. Carton aveva in mano il tiro libero per dare la vittoria ai Golden Eagles a 0.9 secondi dalla fine. Tiro corto, rimbalza sul primo ferro, Justin Lewis (2 metri) salta aggressivo e infila un tap-in che dà la vittoria a Marquette. Chi doveva tagliare fuori Lewis? Proprio Potter, un lungo quasi 10 cm più alto e comunque un senior, che quindi dovrebbe saper gestire queste situazioni. Un errore costato una partita. E il centro di Wisconsin si è pure lamentato che era stato spinto. Piangina.

 

Washington. Dopo il -34 con Baylor della settimana precedente, in quella appena passata ha incassato due sconfitte pesanti con UC Riverside (mid onesta però non irresistibile) e Utah. L’attacco è un pianto disperato (52 punti di media), Quade Green sta sull’isola ma non è un trascinatore ideale e, dulcis in fundo, c’è il caso Nahziah Carter, che era stato sospeso a tempo indeterminato e ha appena fatto le valigie per diventare pro. Un’altra fotografia? Con gli Utes, il migliore è stato Riley Sorn, un soph (di 223 cm!) che fino all’anno scorso era un walk-on.

Cleveland State. Ha perso per 101-46 con Ohio – bella squadretta, ma non è mica Gonzaga – subendo un parziale apocalittico di 40-0, nuovo record all-time negli incontri fra squadre di Division I. Una roba che, appunto, in non-conference magari si può vedere quando in campo ci va una formazione di D-III. È appena la seconda gara giocata ma l’inizio è proprio in salita per un gruppo che, in teoria, dovrebbe puntare ai piani alti della Horizon.

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